24 luglio 2018

L’ISOLA DI BENESSERE DI ILENIA MALAFRONTE

IMG_4087 Ilenia Malafronte

Mi aspettava ai piedi della scala Ilenia Malafronte, aspettava che io finissi di parlare di Cascina Roland con Francesco. Quando l’ho raggiunta ho trovato un bel sorriso solare e tanta voglia di raccontarsi.

L’energia positiva di E_le_menti a confronto era tangibile in valle ed era riuscita ad arrivare anche a casa mia nei pochi giorni a disposizione per pianificare il lavoro prima di partire. La stessa energia la sprigionava quella sera Ilenia e io sono contenta di essere riuscita a percepirla, a toccarla.

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20 luglio 2018

KIARA X8: ILLUSIONI IN PUNTA DI PENNELLO

IMG_4112 Kiara Xotto

La Sacra di San Michele è il monumento simbolo del Piemonte. Un vero e proprio gioiello incastonato sulla cima del monte Pirchiriano.

Vi ricordate Il Nome della Rosa di Umberto Eco? Ebbene Eco si era ispirato proprio alla Sacra per ambientare il suo romanzo e non poteva scegliere posto migliore: un luogo mistico, dal panorama mozzafiato e avvolto da misteri e leggende.

La più famosa delle leggende legate alla Sacra vede come protagonista San Giovanni Vincenzo, che nel X secolo desiderava costruire un'abbazia sul Monte Caprasio. I lavori cominciarono, ma senza andare mai avanti: ogni giorno venivano posate le prime pietre della costruzione e ogni notte queste sparivano.

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17 luglio 2018

A VOLTE BASTA UN FIORE

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Davanti allo specchio, sistemandosi l’abito e pettinandosi i capelli, Orsola ripeté a bassa voce la lista delle cose, che avrebbe dovuto comprare per il parroco.

Una commissione come tante nel paese vicino, una giornata cominciata come al solito.

Gesti ordinari, abituali, legati alle consuetudini di una tranquilla vita domestica.


Immagino così Orsola quella mattina, pronta ad uscire per una bella passeggiata nella ridente Val di Non, anche se in verità non so, se si pettinò davvero i capelli o se si sistemò l’abito.

Non so neppure, se avesse davvero pensato a ciò, che doveva comprare o se avesse altre cose per la testa, se fosse tranquilla o se avesse delle preoccupazioni.

Se quella giornata cominciò davvero come al solito.


Di sicuro quel 26 maggio 1900 non fu una giornata come tutte le altre.

Non per Orsola.


Orsola Covi, di Seio, un paesino dell’Alta Val di Non, aveva solo ventuno anni, quando venne assalita da un giovane descritto come robusto e forte.

Il giovane, che si era appostato in un nascondiglio armato di coltello, le propose di accondiscendere a sue brame offrendole anche del denaro, ma al rifiuto della giovane la colpì sia al ventre sia al mento.

Le urla di Orsola furono udite da Giovanni Battista Rizzi di Castel Vasio, che però non poté giungere in tempo, per dare un aiuto concreto alla povera ragazza.

Fu l’unico testimone dei fatti e grazie a lui l’assassino fu assicurato alla giustizia.


Il Rizzi, per ricordare la sventurata fanciulla, raccontò l’atroce delitto in un libricino, evitando però di citare il nome del colpevole, probabilmente per paura di ritorsioni da parte dei familiari del giovane, appartenente a quanto pare ad una potente famiglia.

Ma non si limitò a questo, perché fece costruire una cappella di legno sul luogo del delitto.

La cappella venne bruciata e poi ricostruita, forse proprio dai parenti dell’assassino.

Un secondo incendio, ancora doloso, la distrusse un’altra volta.

Per questo motivo oggi la cappella, rifatta in pietra, è conosciuta come Cappella della Madonna Brusada.

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E se non ci fosse stato Giovanni Battista Rizzi? Che cosa sapremmo noi oggi di quel triste giorno? Chi ricorderebbe Orsola a distanza di più di un secolo?

Certo il suo ricordo sarà stato custodito con amore dalla sua famiglia, dai suoi amici, da chi la conosceva personalmente e da chi le voleva bene. Ma tutti gli altri?

La gente dimentica velocemente e rimuove ancora più in fretta quanto può risultare scomodo, soprattutto se sono in gioco gli interessi o l’immagine di persone illustri ed influenti.

E poi il tempo passa, i ricordi sbiadiscono … centodiciotto anni sono un’eternità!


Una vicenda circondata da un alone di mistero quella di Orsola, un evento drammatico noto a tutti, ma di cui si è evitato di parlare per moltissimo tempo.

Fino al 6 maggio 2018.

Credo di poter dire, che l’iniziativa “Solo un fiore” sia stato il primo evento ufficiale e pubblico in ricordo di Orsola - così mi scrive Maddalena Springhetti, che ho conosciuto a Cavareno e che mi ha raccontato nel dettaglio la storia della Madonna Brusada.


Organizzata nell’ambito di Feltrosa 2018 l’iniziativa Solo un fiore non è stata semplicemente una commemorazione, è stata soprattutto un’opportunità.

Partecipare, creando insieme; condividere, passeggiando fianco a fianco; testimoniare, donando un fiore.

Tutti gesti tangibili per dire basta!

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Un evento tutto al femminile Solo un fiore.

Ideato, realizzato e promosso da donne per ricordare una donna sfortunata, Orsola appunto, e con lei tutte le donne, che hanno subito violenze.

E di donne, quel giorno di maggio ai Pradiei, la spettacolare distesa di prati dell’Alta Val di Non, dove la Cappella della Madonna Brusada è collocata, ce ne erano davvero molte. Fra esse molte partecipanti a Feltrosa, che con la loro abilità e la loro esperienza hanno creato fiori meravigliosi da portare alla cappella.

Significativo anche il fatto che tinto di rosa è stato pure il patrocinio della Comunità della Val di Non (Assessore Carmen Noldin), del Comune di Cavareno (Assessore Raffaella Battocletti) e del Comune di Fondo (Assessore Chiara Endrizzi).

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A volte basta davvero poco per dare un segnale, per non rimanere indifferenti, per ricordare.

Per difendere un posto, che è già occupato e che non può essere preso da nessun altro.

Né ora, né mai.

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Molti i fiori di feltro creati per omaggiare Orsola.

Diversi nei colori e nelle forme, tutti con lo stesso scopo.

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Tante le donne, esperte e non, italiane e straniere, giovani e meno giovani, che si sono avvicendate al lavoro.

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Riunite all’interno della yurta, la tipica abitazione tradizionale mongola, che campeggiava sulla piazza principale di Cavareno, hanno compiuto gesti dal forte significato simbolico.

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Finché dal nulla, da semplici fibre, un fiore ha preso vita.

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Anch’io mi sono cimentata in quella, che per me è stata senza dubbio un’impresa.

Un’esperienza bellissima, forte, coinvolgente.

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Anche se non ho potuto partecipare personalmente alla passeggiata verso la Cappella della Madonna Brusada, so per certo che il mio fiore è giunto a destinazione, assieme a tutti gli altri, e che Orsola lo ha ricevuto.

A volte basta davvero solo un fiore per essere presenti.


Feltrosa 2018

Solo un fiore


© Federica Redi

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10 luglio 2018

LA BOTTEGA DEI SOGNI, DOVE OGNI SOGNO DIVENTA REALTÀ

la bottega dei sogni

Guardare le fotografie, entrare nel mondo de La Bottega dei Sogni, è stato per me un po’ come per Alice entrare nel Paese delle Meraviglie. A me piacciono molto le cose vecchie e mi piace poter dar loro una nuova vita, una nuova possibilità di essere utili e di non finire presto in discarica.

Cose vecchie, che hanno una storia che scorre tra le loro fibre, che odorano di tempo che passa e che per magia rinascono con le stesse sembianze, ma con un altro scopo: rubinetti dai quali anziché acqua fuoriesce luce, valigie magiche, parti di auto che trovano tranquillamente posto in salotto, orologi con numeri strani e perfino lampadari che non sembrano poi così normali.

Dopo il mio incontro epistolare con Renata Ferrari, vi racconto di un incontro reale, quello con Massimiliano Ruggeri.

Quando ho cominciato a curiosare fra gli artisti e artigiani che avrebbero preso parte a E_le_menti a confronto, non potevo che rimanere colpita dalle sue opere che rappresentano il mio ideale di up-cycling.

Tanta, troppa curiosità per non fare subito la domanda che mi stava più a cuore…


Che cosa è La Bottega dei Sogni?

È un sogno cominciato un po’ per scherzo e un po’ per hobby e che poi è diventato un mestiere. La Bottega accoglie anche altri artisti che hanno la possibilità di esporre le proprie opere.

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Ho letto che hai cominciato rimodernando la tua cucina, poi in realtà ti sei fatto un po’ prendere la mano: ci racconti la tua storia di creativo?

A me piace arredare. Ho cominciato con la vecchia cucina e poi ho continuato a rimodernare vecchi oggetti, a usarli come base, come punto di partenza, per crearne di nuovi.

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A quale tuo progetto sei più affezionato?

A tutti, anche a quelli che la gente mi commissiona.


Il tuo lavoro su commissione è libero oppure i progetti che ti sottopongono sono ben delineati?

È libero. Le persone arrivano con gli oggetti, mi raccontano qualche cosa riguardo la loro storia e poi io mi lascio ispirare da ciò che ho davanti. Per fortuna la mia creazione piace sempre anche al mio committente.


Vecchie valigie, brande militari, vecchi scarponi. Dove ti rifornisci? Dove trovi il materiale da trasformare?

Dal mercato dell’antiquariato, dalle cose trovate nelle case di amici, dalle cantine.

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Cosa hai portato qui ad E_le_menti a Confronto?

Un orologio in legno,

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un quadro ricavato dall’anta di una credenza,

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una lampada.

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Il quadro è anche un appendiabiti?

Sì, inizialmente è nato come un quadro. Lo avevo fatto per me. Poi ho deciso di farlo diventare un oggetto “utile”, ho aggiunto i ganci per appendere gli abiti e l’ho portato in Bottega.


Che caratteristiche deve avere la casa ideale per poter ospitare un tuo lavoro?

Qualunque tipo di casa può essere una casa ideale. Non esiste un tipo di casa in particolare. Tutti i miei pezzi possono essere anche messi in un arredamento moderno. Sono oggetti che vogliono essere guardati, che attirano l’attenzione.

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Dove nascono i tuoi progetti, dove avviene la trasformazione?

Nel garage di casa mia.


Quanto c’è di te nelle tue opere?

C’è tutto. A me poi piace collaborare, mi piace la contaminazione. Io non invento niente, semmai trasformo cose che andrebbero buttate.

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C’è una frase che sento particolarmente mia. E’ uno degli 82 comandamenti per una vita migliore di Alejandro Jodorowsky: Non eliminare, trasforma.

Ed è quello che faccio.


Massimiliano Ruggeri

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04 luglio 2018

RENATA FERRARI - EMOZIONI D’ARTE

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Comincio oggi raccontandovi la storia artistica di Renata Ferrari, a parlarvi e a farvi scoprire gli artisti partecipanti ad &_le_menti a confronto.

Un incontro mancato, a dire la verità, quello con la signora Ferrari. Io sono potuta essere presente alla manifestazione solo per la serata dell’inaugurazione e quella sera la signora Ferrari non c’era. Per fortuna però che sono comunque riuscita a mettermi in contatto con lei tramite mail e lei è stata tanto brava e disponibile a rispondere alle mie domande.

Prima di scoprire cosa mi ha risposto, però, volevo raccontarvi cosa mi ha colpito dei suoi dipinti.

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La signora Ferrari era presente all’evento con questo bellissimo dipinto.  È non solo il dipinto di un corpo, di un uomo a dorso nudo, è un dipinto che racconta una storia, che trasmette emozioni e come questo tutti i suoi quadri che ho potuto rintracciare in rete.

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Queste sono le storie che più mi piace raccontare e per questo motivo mi sono data tanto da fare per contattarla.


Come e quando nasce la passione per la pittura?

Il segno grafico e la pittura fanno parte di me da sempre, fin da piccola disegnavo su tutto quello che era superficie, dai muri, ai fogli, alle pietre, ecc.


Quale è stato il suo percorso artistico?

Crescendo, ho dovuto scegliere tra la scuola d’arte e la scuola per l’insegnamento (le mie due grandi passioni), optando per quest’ultima.
La vita mi ha portato molto presto a costruire una famiglia senza mai dimenticare l’arte! Ho seguito per diversi anni corsi privati negli studi di pittori già affermati, privilegiando lo studio del nudo e perfezionando le varie tecniche pittoriche.

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Da diversi anni tiene corsi per bambini. Che esperienza é? Com'è insegnare ai bambini?

Lavorare con i bambini è stato uno dei sogni nel cassetto che ho potuto realizzare.

Condividere con un bambino il suo fantastico mondo è una vera gioia, anche perché, come dico sempre, non sono io che insegno a loro, ma loro che insegnano a me.

Il mondo artistico di un bambino non ha né schemi né barriere, è libero e non è prigioniero di un cliché in cui, purtroppo, un artista si ritrova nel tempo per poter essere riconoscibile!


Che cosa è per lei la creatività?
Creatività è una parola meravigliosa! Con essa ognuno può esprimere se stesso, mettendo a nudo la propria anima e, nel caso della pittura, attraverso la mano fissare su di una tela bianca il proprio mondo trasformandolo con il segno e il colore!

La creatività non ha età, è parte di noi sempre!

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Cosa c'è di lei nelle sue opere?
Nei miei lavori c’è tutto di me: lo studio, la luce e l’ombra, la ricerca nel creare un’emozione, il travaglio interiore in ogni nuovo quadro che inizio, la sofferenza e la gioia, il non essere mai soddisfatta completamente, il nascondere, a volte, il viso e altre no, il giocare sull’ ambiguità di un corpo mostrando sia il lato maschile che quello femminile, l’amore per la figura umana perfetta nella sua imperfezione!

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Quale è il suo sogno nel cassetto?
Nel mio percorso artistico, che poi è il percorso della mia vita, ho messo tanti sogni nel cassetto, alcuni si sono realizzati, altri no. Al momento il mio cassetto è aperto e ... vuoto.

Penso che lo terrò cosi, perché amo la mia vita, amo quello che faccio e quello che ho.

Il futuro è sorpresa!


Renata Ferrari

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26 giugno 2018

LUIGI CALVELLI: SCULTURE D’AUTORE

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Quando è cominciata l’avventura di ISPIRAZIONINFIERA, io avevo ancora l’idea che le posate servissero solo ed unicamente per portare cibo alla bocca. Non immaginavo minimamente che potessero diventare qualcosa di diverso, meno che mai qualche cosa di artistico.

La prima scoperta fu che cucchiai e cucchiaini potessero diventare bellissimi e unici bijoux plasmati dalle abili mani di Teddy e di Letizia. E già la cosa aveva per me dell’incredibile.

Pensare, poi, che le posate potessero diventare vere e proprie sculture era per me inimmaginabile.

Inimmaginabile, dicevo, ma non del tutto impossibile. L’incontro con queste particolari sculture e con il loro artefice, Luigi Calvelli, è avvenuto a Via Margutta ad Area Contesa Arte ed è stato amore a prima vista.

IMG_3966Luigi Calvelli

Ringrazio il signor Calvelli per essere stato così disponibile a rispondere alle mie domande.


Da dove comincia la sua storia di artista?

Io ho cominciato quando ero ragazzo, mi è sempre piaciuto fare queste cose qui. Crescendo, poi, mi sono accorto che a me piace creare, ma non copiare. Un artista è prima di tutto un grande artigiano e poi è anche un artista.

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Ha fatto degli studi particolari per affinare la sua arte?

No, io sono un autodidatta.


Come mai utilizza le posate per le sue opere?

Perché avevo quelle a disposizione.

Mi ricordo che a mia mamma prendevo sempre tre o quattro forchette per provare e sperimentare.

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Anche perché io ho cominciato a lavorare il ferro, che a differenza delle posate, che sono composte con una lega, è molto più semplice da saldare. Una sera a cena trovai i cucchiai di legno, perché non c’erano più posate a disposizione.


Quale è il punto in comune tra plasmare il ferro e plasmare un oggetto che già ha una sua forma specifica?

In scultura c’è sempre bisogno di una base e di un progetto.

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Mi può descrivere cosa è secondo lei la creatività?

È la cosa più bella del mondo. Non c’è parola per descriverla. È come la felicità.

Io avrei voluto saper suonare la chitarra, ma non ero portato. Invece ho avuto la fortuna di avere un altro dono.


Le sue sono opere molto d’effetto.

Sono sempre stato dell’idea di voler creare qualche cosa di mio, di particolare.

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Anche nella pittura io utilizzo stoffe, sassi e altri materiali, ma le mie opere non sono astratte. A me l’astratto non piace, non mi reputo ancora in grado di farlo. L’opera astratta deve sempre avere qualche cosa di particolare ed è molto difficile realizzarne una.

luigi calvelli

Quanto c’è di lei nelle sue opere?

C’è tutto.

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Io le penso e le creo, poi sta agli altri giudicare. Io faccio arte, ma non mi intendo di arte. Chi parla di me sono le mie opere e io sono anche contento che possano parlare di me quando ancora sono vivo!


Luigi Calvelli

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23 maggio 2018

E SONO DUE!

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Anno strano quello appena trascorso.

365 giorni di alti e di bassi, di picchi e di voragini, di entusiasmo e di sconforto.

12 mesi altalenanti, in cui abbiamo sperimentato tutta la gamma di emozioni possibili.

Semplicemente perché, se ci tieni, è così che va.

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22 maggio 2018

LA FUCINA DEI MESTIERI. CREATIVITÀ A 360°

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Quello con Cavareno è stato per me un incontro mancato.

L’estate scorsa, infatti, ho visitato la Val di Non con la mia famiglia e anche se le scorribande nell’Alta Valle assieme a Federica non sono mancate, non ho avuto l’opportunità di fermarmi a visitare per bene questo paesino.

Un vero peccato!

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