10 settembre 2016

L'ANIMA SOCIAL DEL CONTEMPORARY CROCHET

Qua e là gomitoli sparsi dai colori naturali: ghiaccio, tortora, écru, talmente belli da sembrare oggetti d'arredo. Alle pareti soffici puff di fiori di lana, e poi sciarpe e borse geometriche "tessute" a crochet dallo stile minimal chic.  Uno spazio espositivo curato nei dettagli, dove regna una ricercata armonia di colore e calore.

Siamo nell'Atelier della Decorazione di Pasqua e Primavera ad Abilmente Roma (edizione primavera 2016) per incontrare la "Signora della lana".
Lei è Roberta Castiglione, origini pugliesi, abruzzese di adozione. Architetto, imprenditrice, creativa, una donna che ha saputo mettersi in gioco ed inventare un lavoro, che combaciasse con le proprie passioni, dando voce al forte desiderio di recuperare, ripensare e innovare la tradizione della lavorazione della lana made in Abruzzo.

E' lei l'anima social del contemporary crochet.  Le abbiamo chiesto di raccontarci la sua passione.


La tua storia è molto affascinante. Arrivi dalla Puglia, ti trasferisci in Abruzzo per studiare e poi decidi di restare per amore. Poi, intorno ai quarant’anni, riscopri la creatività e la manualità e ne fai una professione, giusto?
 
In realtà fin da bambina ero molto attratta dalle cose manuali e creative. Mi divertivo a creare cose e poi le vendevo. Vendevo di tutto, dalle pietre colorate ai braccialetti fatti da me. La mia voglia di creare non nasce recentemente.
Sono un architetto, ma ho sempre saputo che non avrei fatto la libera professione, perché è un ambiente che non mi interessa. Sono un’appassionata di progettazione e da sempre interessata agli aspetti dell'autoproduzione. Ho trasferito questa inclinazione professionale nelle mie passioni e ho iniziato a vendere kit attraverso il mio blog Le scarpine di Sveva e uno shop online (creatikitshop.com).
Vendere kit vuol dire trasmettere il sapere attraverso ciò che si vende, questo mi piace molto.
Come è nato tutto?
 
E’ nato tutto da me e da mio marito, lui è un designer, io un architetto, e dalla nostra agenzia di design e marketing. Abbiamo lavorato per diversi anni nel settore delle imprese, avevamo tra i committenti molte aziende alimentari. Ad un certo punto è iniziata la crisi. Mio marito è un grande appassionato di economia internazionale e abbiamo avvertito, fortunatamente in tempo, che qualcosa stava cambiando. Le aziende nei periodi di crisi  tolgono soldi al marketing invece di investire … sbagliando ma tanto è … quindi abbiamo pensato a come autocommissionarci dei prodotti da immettere sul mercato. In quel periodo io avevo ripreso a cucire.
 

Avevo iniziato a cucire scarpine in feltro, che si realizzavano in tre ore. In realtà inizialmente le cucivo per un’amica a cui doveva nascere una bimba. Nella mia testa ha incominciato a materializzarsi l'idea di vendere queste scarpine. Continuavo a realizzarne, perché mi piaceva e avevo scatole di prototipi che conservavo. Ho parlato con mio marito di questa idea di vendere le scarpine ma lui mi ha detto: "Piuttosto che vendere le scarpine cerca di industrializzare questo lavoro...".

Industrializzare vuol dire svincolare il prodotto dal lavoro manuale. Prendere il progetto, portarlo in fabbrica, far realizzare i tagli e creare un kit da vendere. Così è nata l'idea. Il lavoro che io realizzavo a mano è passato all’industria.
Trovati i fornitori che laserizzavano il feltro, ho  preparato due campionari, uno in feltro e uno in cotone, e creato un kit per realizzare le scarpine da soli.  E così sono nate Le scarpine di Sveva, che attualmente è il mio blog aziendale. Un blog nato come spazio virtuale per i miei passatempi sul quale abbiamo lanciato i kit. Abbiamo avuto un mare di recensioni, dal Messico all’Australia…

 

Stai parlando di quanto tempo fa?
 
Ti parlo di cinque anni fa, circa. Cinque anni fa il concetto di kit era ancora un concetto innovativo sul mercato italiano. Mentre in altre parti del mondo era già conosciuto. Da questo è partita poi tutta la promozione sui social, blog, sito, pagina Facebook.
Ci siamo aperti a questo mondo dei social, ancora relativamente nuovo e dalle grandissime potenzialità, ed è stato fantastico. Il mercato tradizionale, al quale abbiamo proposto il nostro prodotto, era impossibile da reggere. Solo il mercato web può reggere prodotti del genere, perché vendendo in modo diretto il margine è tuo. Nessun passaggio intermedio. Oggi il mercato online è esploso, infatti non esistono più rappresentanti. Anche le fiere hanno risentito tantissimo di questo boom delle vendite online.... davvero pesantemente.

La gente viene in fiera, guarda e poi va su Internet a comprare.
 

Come sei arrivata a diventare la "signora della lana"?
 
Avevo ripreso a fare uncinetto. Non ricordo bene da chi lo abbia imparato, credo alle scuole medie. Ho ripreso casualmente, lavorando al parco con un’amica. Ho incominciato a rubare filati a mia suocera e poi a comprarne. Andavo in giro per negozi alla ricerca di filati che soddisfacessero il mio gusto. Un giorno ho trovato una matassa molto bella, ho chiesto al negoziante da dove venisse e mi ha risposto: “ Questa è lana abruzzese!”.

 

Eccerto che sì, lana abruzzese! Noi siamo in una regione in cui le pecore ci sono eccome!

Quindi ti ha incuriosito la qualità di questa lana?
 
Si, ho incominciato pian piano a scoprire da dove arrivava questa lana. Andando a ritroso ho trovato  l’allevamento originario e ho scoperto che in Abruzzo ci sono le migliori pecore da filo. Le pecore da filo non le ha neanche la Sardegna o il Trentino. Io ho tantissimi clienti che comprano da me lana da filo, cioè lana da capi d’abbigliamento.
Poi ho scoperto l’ultima filanda esistente, risalente agli anni ’70, nonché unica nel centro sud, ferma e arrugginita, che lavoricchiava, ma non con attività continua.
Da li è nato il marchio “Lana d’Abruzzo”.

 

Ho letto che hai impiegato 3 anni per cercare di ottenere questa lana pura.
 
Sì è vero, perché lavori ovviamente con gli uomini della lana. Gli uomini della lana sono pastori, con allevamenti anche molto importanti, ma sono sempre pastori.  Il loro atteggiamento è un atteggiamento di diffidenza. Figuriamoci poi nei confronti di una donna! A parte la presenza di mio marito, ho sempre trattato io con loro. Non è stato facile entrare in un rapporto, in cui tu puoi dire “Voglio qualità, mi devi dare qualità”. Ci è voluto tempo. Non puoi entrare in un mondo così particolare "a gamba tesa", loro sono i fornitori. Non puoi avere un atteggiamento di potere solo perché hai soldi da investire … soldi che poi neanche avevamo… perché abbiamo iniziato davvero da zero! Sono stati anche loro, i pastori, propositivi nel dire “va bene, vediamo…” e io ho dovuto accettare il loro “vediamo…” e saper aspettare.

 

Pian piano ho fatto esperienza. Non sapevo nulla, non sapevo come si faceva il filo, quale fosse tutto il processo produttivo. Ho imparato. Ora sono io che dietro la macchina dico “Voglio questo filo”. Per arrivare a questo ci è voluto tempo.

 

Parliamo del tuo gruppo “Social Crochet”...
 
Sì, Social Crochet è un gruppo di oltre 5.300 membri, dove faccio tutorial e insegno ad usare questa lana. E’ un gruppo che ho aperto subito perché mi arrivavano tantissime richieste sul come realizzare le cose che proponevo.

E' un po' diverso dagli altri gruppi, perché si entra, ma non si prendono i tutorial. La filosofia è "fare insieme".

 

Ci si incontra in rete la sera alle 21.30 e si fa  uncinetto in contemporanea per due ore. Io lancio tutorial, che però elimino a fine serata. In quelle due ore si lavora insieme, rispondiamo a domande, diamo spiegazioni, controlliamo i lavori che si postano attraverso foto fatte in diretta al momento. Due ore di attività collettiva intensiva.

 

Ho voluto, attraverso questo gruppo, ricreare in chiave social lo scenario che un tempo era quello del riunirsi fuori dalla porta di casa per fare uncinetto. Riprodurlo nell’era contemporanea, che di fatto si svolge molto dietro uno schermo.

 

La socialità oggi è molto più dietro uno schermo?

Ci piaccia o no, ma è cosi. Io la preferisco a quella reale. Il gruppo quindi funziona come un luogo in cui si fanno progetti insieme.

 

Ultimamente ho attivato sul gruppo un nuovo modo di fare social crochet, che valorizza il lavoro di progettazione. Nessuno vuole insegnarti a progettare un capo. Il progetto invece vale molto di più del copiare un tutorial. Perchè progettare vuol dire dare gli strumenti per fare da soli. 

 

C’è gente che vive solo di tutorial di altri. Credo invece che insegnare a progettare è dare la possibilità a tutti di esprimersi davvero.
E' molto bello vedere persone che scoprono di avere dentro delle grandi potenzialità nascoste.

Io dico sempre: “dovete coltivare la vostra curiosità, perché è la curiosità che rende l’uomo creativo, non c’è altro”.

Incuriosirsi di una tecnica vuol dire impararla, applicarla ed ottenere dei risultati. La persona che non coltiva la curiosità nel fare non sarà mai una persona creativa.

 

Oggi c’è una grossa inflazione del fare, ma la creatività vera è poca. A volte non è facile capire chi è che crea davvero da zero. E in questo mare, purtroppo, si creano ovvi problemi anche di mercato. Il prezzo di un capo come quelli che ho qui in esposizione è fatto di molte componenti: a cominciare dalla lana tinta a mano, utilizzando  colori naturali. Colorare una matassa di lana a mano vuol dire lavorare 6 o 7 ore solo per la tintura. Poi c’è il lavoro manuale per realizzarla. E poi la parte inventiva. In alcuni lavori che faccio ci sono punti che non si trovano in nessun manuale esistente di uncinetto.

 

Sono punti completamente inventati, creati da zero, semplicemente utilizzando l’uncinetto in modo diverso. Quando tu vendi un prodotto così, endi valore, non puoi svenderlo. Occorre imparare a distinguere il valore che sta dentro un prodotto.

Le differenze tra un prodotto di valore e innovativo a volte sul grande mercato sfuggono, sfugge il continuo lavoro di ricerca e sviluppo che c'è dietro.  Certo sul mercato di nicchia questo non avviene.

 

Hai un negozio anche reale, quindi?
 
Sì, ho un negozio in montagna, un temporary shop a Scanno, che è un borgo che io amo moltissimo, perché è la patria di questa lana. Un borgo dove sono stata accolta dopo aver portato un grosso evento internazionale. E’ un negozio che apro da giugno a settembre e in determinati periodi dell'anno, esempio a Pasqua e a Natale. Questo temporary shop è l’unica occasione in cui vendo capi sfusi, realizzati da me.
Amo molto il mio lavoro e questa terra d'Abruzzo, per tanti motivi. Questa terra è stata ed è il terreno fertile per la mia voglia di creare.


Roberta Castiglione - Lana d'Abruzzo
 
 
 
© Fabiola Di Girolamo

6 commenti:

  1. Complimenti a Roberta, creativa di classe. Immagino la morbidezza dei suoi capi, davvero belli.
    Un caro saluto.

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    1. Brava, Verbena, centrato in pieno il punto!

      Federica

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  2. Wow!!! Bellissimi!!!!

    ps ma toglimi una curiosità FEde..hai la bacchetta daa rabdomante per trovarli tutti tu? ahhahahahahahahah
    Trovane ancora tanti

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    1. Patri, questa veramente è una scoperta di Fabiola e di Barbara.
      Per me "Abilmente Roma" è un tantino fuori mano.
      Comunque non ti preoccupare, abbiamo un archivio bello pieno di nuove storie da raccontare.
      Un abbraccio, cara

      Federica

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  3. Grazie a tutte! Bel post...È tutta la verità! Felice di avercela raccontata.

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