22 novembre 2016

ZAG(O)LTRE

01.

Fermarsi, ammirare, elogiare.

Allontanarsi e ritornare.

Guardare ancora e sorprendersi.

 

Andare via di nuovo e, subito dopo, ripensarci.

Fare un passo indietro. Un’altra volta.

Stupirsi di più.

 

Fare un altro tentativo.

Invano.

Meravigliarsi daccapo.

 

Fino a perdersi.

 

Le fotografie di Gabriele Zago attirano, trattengono, seducono.

Non è semplicemente una questione estetica, non è solo perché sono incredibilmente belle. È soprattutto perché riescono ad innescare, inspiegabilmente, un meccanismo per il quale ad ogni ritorno l’osservatore riceve un dono.

Ad ogni sguardo una sfumatura non percepita, un particolare diverso, un dettaglio non notato.

Il primo, il secondo, il terzo e via via tutti gli altri.

Indizio dopo indizio l’immagine si (ri)forma ed è completamente diversa da quella iniziale.

Un tassello dopo l’altro il mosaico assume un aspetto differente, inaspettato.

Uno scherzo della mente, pare, tanto che viene spontaneo chiedersi, se quanto visto inizialmente sia solo un’illusione, perché riguardando bene, con più attenzione, non lo si ritrova più. O lo si ritrova solo in parte, mischiato, quasi confuso, con altro.

 

Zago costringe, con le sue opere, a non fermarsi all’apparenza, perché ciò che sembra, in realtà è (o può essere) tutt’altro.

È necessario, quindi, uno sforzo non solo per comprendere il suo messaggio, ma anche e soprattutto per arrivare ad individuare il punto di partenza necessario per la comprensione.

Questo punto iniziale non è subito chiaro, delineato, inequivocabile. Si rivela pian piano, con pazienza, lasciandosi trasportare.

Andando oltre.

01

Questo oltre - complesso, intenso, sorprendente - è il fil rouge che lega i due progetti di Gabriele Zago a Paratissima: Stream of consciousness e Geocarpets.

Nel primo, rappresentato a Torino da una selezione di sei fotografie, vi è il tentativo di catturare il flusso di pensieri, di emozioni e di sensazioni suscitati da un determinato luogo.

Nel secondo, esemplificato da uno straordinario arazzo, panorami mozzafiato si trasformano in variopinti caleidoscopi.

In entrambi i casi l’oltre è lì a portata di mano, pronto per essere colto.

Basta solo volerlo.

01

Non sono riuscita, purtroppo, ad incontrare Gabriele a Torino Esposizioni, mi è sfuggito per pochi minuti, ma l’ho raggiunto telefonicamente.

È nata, così, una lunga, stimolante conversazione, che ora qui trascrivo fedelmente, sicura del fatto che ne rimarrete affascinati.

 

 

Una fotografia, in genere, cattura un attimo preciso. In queste tue fotografie si sovrappongono, invece, più momenti, che messi insieme donano apparentemente un’immagine più confusa. Pensi che questo possa ostacolare (o favorire) la comprensione della storia che vuoi raccontare?

Sì, in effetti nelle fotografie tradizionali l’approccio è quello di focalizzarsi sul soggetto, concentrando lì tutta l’attenzione, sia quella del fotografo, sia quella della persona che poi vede la foto. Ci si concentra, quindi, su un preciso momento, su un attimo.

In realtà, in questo mio lavoro che si chiama – tradotto dall’inglese – flusso di coscienza, io ho voluto, più che raccontare un attimo, uno specifico momento, creare una sensazione, un’emozione. Quindi creare una sovrapposizione di immagini, che sono state scattate nello stesso posto, nella frazione di qualche minuto, proprio per raccontare la situazione che ho vissuto, riportando non un’emozione singola, che poteva venire percepita da un singolo scatto, ma una sovrapposizione di emozioni e di situazioni, che ho vissuto in quel momento, in modo tale da raccontare quasi una storia. Come se ogni pannello, ogni immagine, raccontasse un momento.

Un pezzettino di quella storia …

Sì, come se fosse anche quasi rappresentativa del luogo specifico, perché poi ognuna di esse è dedicata ad un luogo geografico particolare. Le mie opere nascono tutte da fotografie di viaggio, mi piace proprio cercare di veicolare le mie opere tramite i miei viaggi, che sono la mia ispirazione principale. Quindi è anche come dare una testimonianza, come fossero quasi un diario di viaggio in un’immagine.

01. Australia

Stream of consciousness è un progetto, che vuole mettere in evidenza il libero scorrere dei pensieri. Sono i pensieri del momento in cui hai scattato le fotografie o quelli del momento in cui le hai scelte? In altre parole l’associazione delle immagini è nata direttamente sul posto o a posteriori?

Diciamo che … sarei ipocrita, se dicessi che è tutto nato nel momento in cui io facevo le foto.

Quando io visito determinati luoghi, quando viaggio in generale, mi piacerebbe – come vorrebbero fare tutti – portarmi dietro poi un’immagine rappresentativa. Non mi bastava un’immagine sola, è per quello che ho voluto raccontare questo diario di viaggio in un’immagine.

E l’ho fatto poi, selezionando degli scatti, che parlassero fra di loro. In quel momento ho fatto più scatti, proprio perché evidentemente quel luogo mi ispirava più emozioni che non altri. La combinazione, la sovrapposizione delle immagini, è nata anche grazie … o a causa … dipende dal risultato e da chi le guarda … del mio gusto … estetico e … psicologico. Diciamo che non mi sono fermato a sovrapporre le immagini, finché non ho raggiunto un equilibrio anche cromatico, di peso e di bilanciamento di immagini, che mi soddisfacesse e riuscisse a ricreare esattamente le emozioni che volevo trasmettere.

02. Ecuador

Stai rispondendo alle mie domande, ancora prima che te le faccia…

Guarda, io parlo molto facilmente …

No, no, meglio così. La domanda, comunque, era … qual è il criterio con cui hai scelto le varie fotografie della composizione?

(ride) Ecco, ecco, sì … posso solo completare col dirti che ho analizzato gli scatti che avevo, cercando di selezionare proprio quelle che erano poi le situazioni iconiche dei miei viaggi. Quindi, ad esempio, nell’immagine di New York ho selezionato un personaggio del Muppet Show, il Rockfeller Center con i turisti o gli abitanti di New York, che pattinano sul ghiaccio, lo skyline al tramonto, la segnaletica che, in qualche modo, caratterizza New York City … e altre.

04. New York

Ogni immagine è composta da 7-10 fotogrammi diversi, più si osservano e più si riconoscono dettagli … o magari si compenetrano e si confondono. Questo è anche lo sforzo che mi piace l’osservatore faccia, nel cercare di comprendere quante situazioni diverse sono state immortalate.

 

La necessità di avere un risultato ovviamente gradevole ha limitato il libero scorrere dei pensieri?

No, anzi, sarei andato avanti ore, giorni, a continuare a fare composizioni. Mi sono dovuto porre un limite, perché le immagini hanno questo grande vantaggio di cambiare, secondo me, significato e percezione ogni volta che le si guardano. Quando le osservi, anche in base al tuo stato d’animo, in base a quello che hai fatto in quella giornata o in base a quello che vorresti fare, in qualche modo cambia la loro percezione.

Il fatto di continuare a comporle e sistemarle … mi sembrava quasi un fiume in piena, quindi mi sono dovuto dare proprio dei limiti. Quando poi ho raggiunto una soddisfazione generale, mi sono fermato. La cosa che sicuramente non ho fatto è stato, una volta scelte le immagini, cambiarle. Ho voluto scremare, scegliere quelle e utilizzarle fino a quando non mi soddisfacevano, sennò avrei snaturato un po’ quello che era il mio flusso di pensieri.

03. Botswana

Per noi profani, che non capiamo nulla di fotografia, che tipo di tecnica hai usato per ottenere questo risultato? C’è una tecnica precisa?

Sì … non mi piace mai troppo svelare …

No, il trucco no, certo, naturale!

Non è come ottenere l’oro dei Puffi, ecco, però è comunque un sistema che io … io sono un graphic designer, quindi il mio lavoro, in generale, si basa sulle immagini e sulla loro elaborazione. Diciamo che è un lavoro di post-produzione, non è un lavoro che ho fatto durante lo scatto. Questo tipo di lavoro si può ottenere già in fase di scatto, ma non era quello che io volevo, non era un esercizio di stile. Ho utilizzato una tecnica di post-produzione sugli scatti, cercando si sovrapporli l’uno all’altro con vari stratagemmi …

… che non si svelano!

05. Galapagos

Lo stream of consciousness è, come è noto, anche una precisa tecnica letteraria usata da scrittori quali James Joyce, Virginia Woolf o Italo Svevo, tanto per citarne alcuni. Ti sei ispirato a questi libri? Li hai letti? Hanno qualche importanza in questa scelta?

Guarda, diciamo che sono tutti autori che conosco e che ho letto durante la mia adolescenza, quando sceglievo una tipologia di autori così, un po’ più particolari … li voglio considerare quasi di formazione. Sicuramente l’averli elaborati durante la mia formazione culturale, ha fatto sì che questo bagaglio riemergesse adesso in questi lavori. Quindi hanno influito sicuramente.

Sono tutti autori che lavorano sulla psicologia, su quello che è l’elaborazione mentale. L’elaborazione mentale di questi scrittori io poi l’ho veicolata in elaborazione digitale fotografica. Quindi come se avessi in qualche modo reso tangibile, con delle immagini, quello che poteva essere l’emozione che mi aveva suscitato leggerli.

06. Nepal

Qual è il messaggio che vuoi dare con queste fotografie?

Allora … innanzitutto sono un’espressione mia personale, una voglia di esprimere un concetto. Quindi innanzitutto lo faccio per appagare … in partenza mi piace sfidarmi, mi piace mettermi alla prova, vedere se riesco ad esprimere con dei mezzi, diciamo, concreti e pratici, no, se vogliamo anche limitati, come può essere un computer, quello che sono i miei pensieri.

Tutte le mie opere, anche quelle che non erano esposte qui – sul mio sito si possono vedere – sono tutte molto mentali. L’istintività parte dall’input, l’istintività parte dall’idea, dopodiché un po’ si perde, perché la mente prende il sopravvento e tutto quello che creo diventa molto elaborato a livello psicologico.

Quindi mi piacerebbe che l’osservatore percepisse questo sforzo e non si fermasse … anche se mi fa molto piacere che si fermi anche solo alla parte estetica, quindi all’impatto estetico, cromatico e di immagine … mi piacerebbe proprio si sforzasse di capire cosa c’è dietro. Infatti tutti i miei lavori hanno la caratteristica di sembrare qualcosa, da lontano o ad una prima occhiata. Solo chi è curioso e vuole andare oltre, si rende conto che c’è molto di più. Più ci si avvicina, più si osserva e più si vedono dettagli e cose diverse.

 

Hai esposto anche un’altra opera, magnifica peraltro, il Geocarpet 1982. Parlami di quest’opera incredibile. Come ti è venuta questa idea pazzesca?

Il Geocarpet, in effetti, in questo momento, forse è l’espressione che mi piace di più, la mia espressione che, secondo me, è un pochino più inedita, rispetto magari anche a quello che si può vedere in giro, perché se ci fai caso le sovrapposizioni fotografiche in qualche modo, magari non necessariamente come le mie, sono tecniche già viste.

Il Geocarpet invece penso sia piuttosto originale, poiché parte tutto da un viaggio che ho fatto in Botswana. Ho sorvolato il Delta dell’Okavango … lo conosci?

L’ho visto solamente in fotografia, ma lo conosco …

Come avrai visto dalle fotografie, il Delta dell’Okavango ha una situazione geografica pazzesca. Ha una varietà di habitat nello stesso posto, che lascia senza fiato.

Io ho avuto la possibilità di cambiare punto di vista. Anziché poterli vedere solo camminando, quindi vedere la natura e l’habitat dal punto di vista tradizionale con i piedi a terra, ho potuto vederli anche dall’alto, perché ho preso un biplano a motore. Eravamo solo io e il pilota, quindi un aereo molto piccolo, che mi ha garantito una flessibilità di ripresa. Quando l’aereo si è girato per fare le evoluzioni, perché i piloti … non so se ti è mai capitato … ma quando trovano pane per i loro denti, vogliono far vedere quello che sanno fare …

Quindi tu, scusa, hai fotografato mentre girava l’aereo?

Esatto …

Mamma mia, accidenti …

Mi sono ritrovato a testa in giù ed ho avuto proprio la geografia in modo perpendicolare rispetto al solito e quindi l’ho vista esattamente dall’alto. Infatti si nota anche dalle ombre riportate dagli oggetti. Quindi in quel momento, anziché sentirmi male, ero talmente emozionato, perché ho visto quell’habitat in un aspetto che non mi sarei mai aspettato e che dal vivo non avevo mai visto …

… incredibile …

… tutto quello che erano alberi, animali, depressioni geografiche, specchi d’acqua, i sentieri che gli animali fanno per andare a mangiare, le aree che vengono bruciate dai guardacaccia per far rinverdire i prati … io li ho visti dall’alto e mi sono sembrati delle texture, non mi sono più sembrati natura, ma mi sono sembrati delle altre cose. Più mi estraniavo dalla situazione e più vedevo cose diverse. Mi sembrava di vedere quasi dei dorsi di insetti, dei volti …

… maddai …

… delle macchie. Infatti la mia lettura principale è stata quella di una texture tessile.

Io poi l’ho rielaborata, perché non volevo fare una fotografia documentaristica. Io parto da fotografe documentaristiche, ma poi voglio metterci del mio e dare loro una nuova vita, per farle diventare qualcosa di inedito. Quindi ci ho un po’ lavorato, ho fatto delle specularizzazioni, ho fatto dei giochi caleidoscopici con la post-produzione e sono nate queste combinazioni. Delle combinazioni molteplici. Infatti, se tu avrai l’opportunità di vedere sul sito i Geocarpets sono una serie di parecchi soggetti. Poi le curatrici hanno scelto quel soggetto specifico, ma ce ne sono altri.

La chiusura del cerchio è stata proprio quella di stamparli su tessuto, come per creare dei tappeti geografici tessili, dei geocarpets. Poi la scelta del raso di seta è stato anche il veicolo per comunicare in qualche modo la leggerezza …

Il movimento?

…. il movimento, come se si muovessero con un alito di vento. Diciamo che il supporto è stato scelto anche in funzione dell’interazione con lo spettatore.

00. Geocarpet 1982

Ascolta … il premio lo hai avuto proprio per il Geocarpet - perché non ho trovato questa informazione – oppure per tutte le opere esposte?

Devo essere sincero … quando annunciavano i premi, io non ascoltavo (ride) … perché non pensavo di essere premiato. Quindi anziché dire, durante la premiazione … non so … Gabriele Zago ha vinto questo per … hanno detto prima le motivazioni e poi davano il nome … (ride) … quindi io mi sono perso tutto il …

Quindi tu non sai per cosa sei stato premiato in realtà?

(ride) Sì, non so esattamente per cosa sono stato premiato: per il lavoro in generale o per un lavoro specifico (ride).

A me piacerebbe essere stato premiato per il Geocarpet, perché mi dà la possibilità di esprimermi e di veicolarlo in tanti altri modi.

La mia mente vaga e si nutre di immaginazione. Visto che avrò l’opportunità di avere una personale in questo spazio qui a Torino nel 2017, la mia idea sarebbe quella di creare un allestimento scenografico e di stampare quindi una serie di soggetti, di Geocarpets, e tramite una fonte d’aria, che può essere un ventilatore … non so se ci sarà la possibilità … creare proprio un movimento, creare quasi una performance.

Dopodiché, però, mi piacerebbe anche veicolare queste opere, per renderle più avvicinabili al pubblico … creare degli oggetti ... provare, quindi, ad intelaiarle, lasciando il tessuto a vista, dandogli però una struttura, in modo tale che possa rimanere appeso, perché non tutti magari hanno la voglia o l’opportunità di appendere un arazzo di 1,45 x 1,45 m.

Per renderlo più facile e decodificabile, mi piacerebbe provare a renderlo in una forma più usufruibile, non allontanandomi comunque dal tessuto, perché il tessuto rimane comunque la sua declinazione naturale.

02

A proposito di tessuto, pensi sempre alla seta o pensi di provare anche delle alternative?

Secondo me la seta è l’ideale, perché mi consente una definizione di stampa altissima. Siccome le immagini sono molto dettagliate, hanno proprio tantissimi particolari, sarebbe un peccato perderli per la stoffa, per la texture della stoffa, utilizzando magari un cotone grezzo oppure un tessuto con una trama più fitta. Ci sono dei branchi di antilopi …

Sì, li ho visti, la curatrice me li ha fatti vedere proprio da vicino.

Ecco, loro temo non si vedrebbero. Quindi penso che rimarrò sul raso di seta.

 

Sei un appassionato di viaggi. La tua ispirazione, quindi, arriva sempre dai viaggi oppure anche da altre cose?

Allora … io osservo la realtà e traggo ispirazione continuamente da qualsiasi cosa mi si presenta. Anche quasi in modo fanatico. A volte mi imbambolo a guardare le cose anche magari senza un apparente motivo. Però l’ispirazione per le mie opere specifiche deriva dai viaggi, perché mi piace ispirarmi a qualcosa che io non ho sottomano quotidianamente.

Diciamo che, finché ne avrò l’opportunità e potrò viaggiare e vedere il mondo, vedere posti sconosciuti e poco violati, che sono di solito la destinazione dei miei viaggi … il mio turismo è un turismo molto responsabile, tento sempre di non andare in situazioni turistiche, dove c’è una speculazione sul territorio e sulle persone, mi piace affrontare i viaggi da un punto di vista naturalistico … la natura rimarrà la mia fonte di ispirazione principale. Anche se poi le situazioni urbane come Quito o New York sono talmente un bombardamento visivo, che non si può rimanere estranei, no? Le utilizzo comunque. Però le destinazioni più amene, più incontaminate mi danno sicuramente l’ispirazione maggiore.

 

Qual è il segreto per avere una foto perfetta?

Ah, beh, sicuramente non è da escludere il fatto che la location, la situazione, non faccia la maggior parte del lavoro, nel senso che trovarsi di fronte a situazioni incredibili, come il Delta dell’Okavango ad esempio, ti dà un’ispirazione tale e tira fuori un talento in più, perché ti apre in qualche modo tutti i sensi.

La concentrazione e sicuramente il gusto estetico e visivo, che si matura negli anni grazie al proprio lavoro e anche in base alla propria percezione delle cose, sicuramente crea già mentalmente come una griglia. Io, quando guardo un qualcosa che voglio fotografare, è come se avessi già gli occhi con il reticolo per suddividere … (ride) … io con il mio lavoro, che è legatissimo alle immagini, ho già l’abitudine di vedere tutto quello che guardo sotto quell’ottica, che non per forza deve essere della simmetria o della perfezione, ma di una coerenza che c’è secondo i miei occhi.

Diciamo che la foto perfetta secondo me non esiste, anche se ci sono i grandi maestri che hanno scritto fior di manuali, che insegnano quali sono i bilanciamenti, la prospettiva, il peso degli angoli, delle diagonali. Quindi ci sono delle tecniche, ma io difficilmente le utilizzo, perché rischiano di raffreddare l’immagine finale, perché se chiunque, visitando un luogo, usasse lo stesso criterio, avremmo tutte fotografie uguali. Sicché io, vado davanti … non so … alle Piramidi di Giza, le guardo come mi hanno insegnato e devo mettere la piramide sulla sinistra, poi quella sulla destra e al centro ci deve essere il sole che tramonta, come l’ho fatta io la potrebbe fare un miliardo di persone.

Quindi io cerco di essere originale. Secondo me l’originalità è la cosa che differenzia e dà il valore aggiunto alle fotografie.

 

Un consiglio per chi vuole avvicinarsi al mondo della fotografia?

Io ho l’opportunità di viaggiare tanto e quindi mi trovo davanti a scenari incredibili e ne approfitto per questo.

Il mio consiglio è di guardarsi intorno sempre e di cercare degli spunti che ci colpiscano. Che siano persone, che siano angoli, scorci, animali … bisogna essere curiosi ed andare oltre a quello che si vede. Subito. Se con la coda dell’occhio si percepisce un’ombra, non si deve ignorarla. Bisogna girarsi e vedere che cos’era quell’ombra, che cos’è che il nostro occhio ha captato e che noi, magari all’inizio, pensavamo di ignorare, perché poteva essere solo un fastidio, un disturbo. Magari invece è proprio qualcosa che va osservato e che potrebbe essere un buon spunto.

 

Grazie, Gabriele, sei stato molto gentile. È stato un piacere.

Anche per me. È stato un piacere e un onore.

 

 

Non sempre le cose sono come sembrano.

Il loro primo aspetto inganna molti:

di rado la mente scopre che cosa è nascosto nel loro intimo.
(Fedro)

 

 

Gabriele Zago

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© Federica Redi

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