18 gennaio 2017

DEVIS DOTTO. L’ORGOGLIO DI ESSERE UN “PADÈLÉR”

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Una delle attrattive più interessanti di Bienno, Mostra Mercato a parte, è senza dubbio la fucina-museo.

Divisa in due parti, lo spazio dedicato alla didattica e la fucina vera e propria, consente al visitatore di immergersi in un percorso, che illustra l’arte della forgiatura e permette di venire a contatto con un mondo quasi scomparso.

Pannelli illustrativi, attrezzi e reperti vari danno un’idea precisa di questa antica attività, ma è dentro la fucina - ambiente suggestivo, affascinante, quasi misterioso – che essa si manifesta in tutto il suo splendore.

Sì, perché sotto le mani sapienti dei fréar, i fabbri, il metallo si anima, vive, si trasforma.

E dà vita a vere e proprie opere d’arte.

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Custode di questo posto magico è Devis Dotto, vicentino, padèlér.

Un fabbro con l’anima di un cavaliere.

 

Devis, come nasce la passione per la forgiatura?

All’incirca tredici anni fa ho iniziato a fare il rievocatore storico a Vicenza, in una compagnia che fa rievocazioni storiche medioevali, e un po’ alla volta ho conosciuto delle persone, che avevano a che fare con l’artigianato. Ho cominciato così a costruirmi i vari gadget per il mio equipaggiamento da soldato medioevale. Ho cominciato, quindi, da autodidatta, sperimentando queste lavorazioni. Nel corso di questi tredici anni, un po’ alla volta, ho capito che mi piaceva più costruire questi oggetti che indossarli. Ho abbandonato le feste e mi sono dato all’artigianato, anche se solo il sabato e la domenica.

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Hai lasciato la tua città e un lavoro sicuro per cambiare completamente vita e dedicarti a qualcosa che ti appassiona. Una scelta coraggiosa?

Sì, anche perché alla fine ho seguito il cuore.

Ho fatto il vivaista per ventuno anni, un’esperienza certamente positiva, ma ad un certo punto mi sono reso conto che mi piaceva anche qualcosa d’altro e nell’artigianato medioevale, nella forgiatura, ho trovato un’attività che mi ha completato. Ho cominciato a comprami le prime macchine – trapani, flessibili, mole – strumenti non così difficili da usare, ma per me, che provenivo da un altro lavoro, non è stato certamente facile. E’ stato comunque un passaggio graduale, non è stata una scelta fatta da un giorno all’altro, ma è stata maturata nel tempo. Quando sono arrivato definitivamente a Bienno, nel 2013, saltando un fosso che prima per me era invalicabile, erano già dieci anni che il sabato e la domenica lavoravo il ferro.

Bienno può essere considerato il punto di arrivo delle mie ricerche storiche. Ricerche fatte con degli amici, Giovanni e Alberto. Giovanni in particolare è la persona che mi ha ispirato e che mi ha spinto a seguire questa strada. Io avevo avuto solo delle intuizioni nella fabbricazione di certi oggetti, ma lui mi ha fornito una vera e propria base di studio.

 

Bienno e la lavorazione del ferro: una storia secolare. Che effetto fa far parte di questa storia?

Direi millenaria. La lavorazione del ferro a Bienno parte dal 750 a.C.

Se noi andiamo ad osservare le incisioni rupestri in piena età del ferro, individuiamo già una specie di fucina, un corso d’acqua con una struttura che potrebbe somigliare ad un maglio ad acqua.

Qui è il punto di partenza, è il punto zero, perché qui a Bienno, ma in generale nell’intera Val Camonica, è l’ambiente stesso che ha creato le condizioni adatte per lo sviluppo dell’arte della ferrarezza. C’è l’acqua che muove le ruote idrauliche, c’è il minerale, c’è la legna, che serve a portare a temperatura il forno e permette al grigio metallo di diventare giallo.

Sono questi tre elementi, che hanno dato vita a quest’arte.

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Che cosa produci nella tua fucina?

Questa non è esattamente la mia fucina …

No, certamente …

è una fucina comunale, che è stata acquistata negli anni ‘90 ed è diventata un museo.

Io qui svolgo due attività, potrei dire addirittura tre. Faccio la guida e il custode del museo. Poi, nel mio tempo libero, assieme a tutti gli altri fabbri volontari, mantengo viva la tradizione della forgiatura dei fondi di metallo per fare secchi e padelle.

Quando non sto con gli altri volontari, studio le riproduzioni storiche e mi interesso in particolare alla lavorazione della lamiera, che è direttamente collegata allo studio della produzione militare delle lamiere in acciaio.

Posso dire che la lavorazione del secchio è il mio tutorial per arrivare a fare armature.

 

In effetti ho letto che hai la passione per il Medioevo e che ti piacerebbe specializzarti nella riproduzione di armi storiche. Me ne vuoi parlare?

Armature … sì fare l’armoraro.

Ah, ok non le armi, ma le armature.

Sì, è una scelta che uno fa. All’inizio provi a fare un po’ tutto. Poi ad un certo punto ti devi specializzare, non puoi fare l’uno e anche l’altro. Se vieni a Bienno o sei un padèlér oppure sei uno scartader

E tu sei un padèlér … vedo che ce lo hai scritto …

Io sono un padèlér, perché appunto faccio lamiere per fare secchi e padelle. Lo scartader fa invece badili e vanghe.

Se noi andiamo a studiare questo tipo di specializzazioni, comprendiamo come la produzione civile si rifletta sulla produzione militare. Mi spiego. Sapendo scaldare il ferro per fare le padelle, sono capace di fare le lamiere d’acciaio per fare le armature. La stessa cosa succede per i badili e le vanghe. Se noi osserviamo una vanga, ha le stesse caratteristiche di una lancia o di uno spiedo da guerra. Ha la manega o la gorbia per infilare il palo, la spinatura centrale che determina la resistenza dell’attrezzo e le lame, le orege, che sono sia quelle della vanga che spacca la terra, ma anche quelle affilate degli spiedi.

Maddai …

Certo. La vanga e la lancia, che in origine nasce per la caccia, sono entrambe prodotte con la stessa macchina.

Quindi, ecco, tornando al discorso della specializzazione, o fai armi o fai armature.

 

Eventi come la Biennale Internazionale di Forgiatura cercano di avvicinare il pubblico a questo antico mestiere. Qual è la risposta della gente?

Beh, la gente è molto curiosa. Per questo si cerca di dare sempre, come succede alla Mostra Mercato, più spiegazioni specifiche possibili. A volte mi rendo conto che non c’è – e non voglio puntare il dito contro nessuno – chi spiega queste cose. Se le spieghi in maniera chiara e approfondita le persone si interessano. La gente che visita la Fucina-Museo spesso cade dalle nuvole e si meraviglia delle cose che qui si fanno in modo così semplice e naturale.

Sono gesti ormai dimenticati, perché la maggior parte delle volte che dobbiamo fare qualcosa non siamo capaci di farla e deleghiamo qualcuno che la faccia al nostro posto.

La forgiatura, la ferrarezza … qui dentro c’è l’energia naturale che dà forza al maglio, l’acqua … il forno viene alimentato dalla legna con il principio della pompa idraulica … la forza motore data dalla ruota idraulica viene sfruttata anche per tagliare il metallo con le cesoie oppure per ribattere a freddo le lamiere … tutto molto naturale, semplice.

L’acqua è al centro di tutto e lega a sé gli altri elementi naturali: fuoco, legno, pietra, terra …

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Pensi che il ritorno agli antichi mestieri possa essere una risposta alla crisi?

È un discorso che faccio spesso e volentieri ai ragazzi qui a Bienno. Non si devono più produrre cinquecento badili al giorno, questo è un lavoro che fanno già le macchine. Quindi, in questo senso, è un tipo di lavoro che si può considerare sterile, semplice questione di numeri.

Oggi, poi, e mi spiace dirlo, si punta alla produzione di oggetti che, volutamente, non debbono durare. Quando facevo il vivaista a Vicenza mio nonno e i miei zii mi hanno regalato un badile fatto a Bienno, il badile c’è ancora dopo tantissimi anni. I prodotti di questo tipo si trovano ancora, ma hanno un costo elevato, le persone non sono disposte ad acquistarli.

Il nostro lavoro qui, quindi, è un mestiere fatto per mostrare, per insegnare, non deve essere visto come un lavoro per guadagnarsi da vivere. Infatti durante le dimostrazioni non vengono venduti gli oggetti prodotti. Noi vendiamo la tecnica, con i quali sono costruiti. Noi mostriamo come si fa. I due ragazzi biennesi che da un anno a questa parte si sono aggregati a noi, uno di ventiquattro anni e uno di diciassette, non sono qui per vendere, ma per imparare, per ricordare quello che facevano i loro nonni e i loro bisnonni. Questo poi viene mostrato ai visitatori che non hanno mai visto prima una cosa del genere.

Questo, quindi, non è più un lavoro produttivo, questo è uno spettacolo. Siamo artisti e la gente viene a vederci lavorare sotto questi macchinari.

Per rispondere quindi alla tua domanda questo lavoro non serve per vivere, serve per mostrare cose di cui ci siamo dimenticati. Uno dei principali motivi per cui l’Associazione dei Fabbri di Bienno si dà tanto da fare, è per mantenere viva la tradizione. Nessuno si comprerà più un secchio al prezzo di settanta/ottanta euro, è un costo troppo elevato. Però questo secchio non è un prodotto industriale, è un’opera d’arte. Non ce ne sarà mai uno uguale all’altro e la mano che lo produce non è mai la stessa. Viene creato con una macchina antica, con un sistema arcaico, unico al mondo potrei dire, perché macchine così in Italia ce ne sono ormai poche centinaia.

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Pensi, in generale, che l’artigianato sia abbastanza valorizzato o si potrebbe fare di più?

Noi qui valorizziamo sicuramente l’artigianato … l’artigianato artistico …

Parlavo prima della ferrarezza come di un’arte … lo è … è un momento di intuizione, è un’espressione personale, un momento di comunione fra l’artigiano e la materia, fra l’artigiano e la natura. Quando mi dicono ma lei è un artista! io non mi sento certo un Picasso, ma mi sento realizzato in quello che faccio, è il mio intimo modo di essere.

Bisogna ascoltare quella parte di sé. Quando sono venuto a Bienno, io ho seguito la mia pancia. Se avessi ascoltato la mia parte razionale, non sarei venuto. La mia pancia mi ha detto che questo era un bel modo per ricominciare a vivere, per vivere in un’altra maniera. Un po’ l’ho sempre sentito, facendo il rievocatore storico … perché chi te lo fa fare, al sabato e alla domenica, di vestirti in panno di lana, sotto il sole, alle tre del pomeriggio? Penso a Castel Beseno ….

Lo conosco benissimo, abito a Trento …

Con il mio gruppo di Vicenza ho fatto per dieci anni il rievocatore là e posso assicurare che …

… a Beseno quando batte, batte!

Sì. Non solo gli italiani, ma anche i tedeschi e gli austriaci che venivano alle rappresentazioni … ma chi te lo fa fare?

Passione!

È quell’intimo modo di essere, la voglia di appartenere a quel passato che ti ha sempre affascinato, è il sogno segreto che hai fin da bambino, quello di diventare un cavaliere.

Quindi è anche un modo per tornare bambini?

Sì, mantenere vivo il proprio bambino interiore. E se non mantieni vivo il bambino che c’è in te, ti posso dire – a microfoni aperti – che diventi proprio uno stronzo!

Ah, ma io sono perfettamente d’accordo ….

Lo diventi, perché non ti diverti più. Quando i bambini giocano, non giocano, stanno facendo un lavoro molto serio. Il gioco non va visto attraverso gli occhi di un adulto, perché il bambino che gioca, in realtà, sta giocando alla vita.

Sì certo, io ho un bambino di otto anni ed ha una certa manualità, oltre che una grande fantasia …

Prova a chiamarlo … prova a chiamarlo …

Ah, non sente e, se sente, mi dice sto creando, ciao e mi manda via.

Allora ti dico un’altra cosa, che io ho visto personalmente, osservando i fabbri che lavorano sotto al maglio. Se tu hai occasione di conoscerne uno e di vederlo lavorare … sotto al maglio è trasfigurato. La concentrazione è viva, fa smorfie, ognuno ha le sue. Io penso che sia il bambino che è in loro, è la sua naturalezza che fa capolino. Quel bambino c’è sempre dentro di noi, sono solo le esperienze della vita che te lo fanno dimenticare, che ti fanno dimenticare quella parte di te stesso.

 

Cosa pensi di laboratori e workshop? Sono un buon modo per trasmettere la conoscenza?

Sì. Io ho conosciuto l’arte della ferrarezza qui a Bienno nel 2008 durante la Mostra Mercato, devo ringraziare la scuola di forgiatura.

Avevi fatto un corso quindi?

Sì, ho visto per la prima volta i magli ad acqua … a ventotto anni … e sono caduto dal pero! Meglio tardi che mai … Li avevo già visti fermi, ma vederli così … vedere i fréar lavorare …

Da vivaista che ha seguito la 626 per ventuno anni … ho pensato fossero fuori di testa …

Perché?

Ma perché le macchine sono arcaiche … non propriamente a norma. Dopo tre nanosecondi, però, ho pensato che fossero fantastici e che avrei voluto farlo pure io. Quindi prima è scattata la razionalità, ma si è pure presa un bel calcio nel didietro! Loro non mi hanno detto nulla, li ho solo guardati. Ho avuto fortuna, perché ho ascoltato quello che ho provato in quel momento. Lì ho capito veramente che cosa volevo fare della mia vita.

Io sarò a Bienno fino al 2019 con il progetto del Borgo degli Artisti. Ho aperto la partita IVA due anni fa come prestatore di servizio. Devo ringraziare tantissimo il sindaco di Bienno, Massimo Maugeri, e il presidente dell’Associazione dei Fabbri, Angelo Panteghini, perché hanno creduto in questo progetto, ma soprattutto in una persona dopo soli tre mesi che stava qui.

A Bienno fino al 2013 le dimostrazioni di forgiatura venivano fatte, almeno durante la Mostra Mercato, solo da persone anziane, pochi erano i giovani, quelli che si buttavano nella mischia in mezzo a questi signori – dei veri maestri – che magari hanno fatto questo lavoro per settant’anni. All’inizio, loro che sono gente chiusa e diretta, anche se buona, ci hanno detto subito quello che pensavano: siete troppo vecchi per imparare! Ma quando, dopo tre mesi, hanno visto che non ci siamo scoraggiati neppure davanti alle prime difficoltà, ci hanno presi sotto la loro ala e ci hanno accolto ed insegnato.

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Il progetto Il Borgo degli Artisti è un’iniziativa lodevole. Che significa farne parte?

Per noi, che non ci sentiamo artisti, ma facciamo comunque un lavoro che può essere considerato arte, è molto importante.

Noi siamo partiti come ultimi inseriti nel progetto nell’anno 2013 … l’ultima ruota del carro … però noi – e lo dico con un pizzico di presunzione – siamo gli unici che in fondo abbiamo un validissimo motivo per essere qui, rispetto a tutti gli altri che scolpiscono, che dipingono, che sagomano, che intagliano …

Siete legati al territorio …

Sì, si, esatto … i fabbri sono un po’ spacconi, sai …

Ah, sì?

Quello che si fa qui è per poca gente, non tutti sono capaci di fare quello che facciamo noi. Noi siamo profondamente legati a Bienno, anche se non siamo nati qui. È la nostra passione che ci lega al territorio. Infatti per noi Bienno è diventata …

Casa?

Esatto! Quando io vado a casa dei miei genitori o da mia sorella, dove pure c’è la mia nipotina …. ti dico … mi manca Bienno, anche se loro mi mancano inevitabilmente, con l’impegno del museo non è sempre facile trovare chi ti sostituisce, però è la vita che mi sono scelto e non mi posso lamentare.

Bellissimo ...

Sembra tutto bello, ma non è per nulla facile. Però, se non fosse così, se non ci fosse un po’ di fatica, non varrebbe nulla.

 

E dopo questa lunga, sincera, interessante chiacchierata con Devis, non posso non accompagnarvi a dare un’occhiata dentro la sua fucina delle meraviglie.

b

 

Devis Dotto

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Fucina Museo

Via Artigiani, 15

25040 Bienno BS

 

© Federica Redi 

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