30 marzo 2017

CONNESSIONE DAMSS

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Era successo moltissimi anni prima, in un’epoca così remota, che a volte pensava non fosse mai veramente esistita.

Eppure era certo non fosse un’invenzione, ne aveva la prova.

Sbiadita, consumata, devastata dallo scorrere inesorabile del tempo, era lì davanti a lui.

Ogni tanto la tirava fuori da quella vecchia cassetta di legno, nascosta nella breccia del muro, per ricordare.

O, almeno, per provare a rammentare. Non era certo facile.

 

Il mondo, allora, era diverso, inutile negarlo.

Non era il solito discorso da persona anziana, ormai con un piede nella fossa, il suo, era una semplice constatazione.

Amara, ma veritiera.

Dov’erano finiti quei momenti, quegli attimi intensi, profondi, importanti, di cui sentiva ora una nostalgia pungente?

E le persone, quando ancora erano tali, dove si erano perdute?

 

Era stata una corsa inarrestabile verso il nulla, il niente che ora costituiva il suo presente.

Ci erano finiti dentro tutti, chi più, chi meno. Non molti erano stati quelli, che avevano capito in tempo.

E, se anche avevano capito, alla fine si erano adeguati.

Ma lui no, non ci era proprio riuscito.

Per questo era rimasto isolato, solo con le sue convinzioni e con il desiderio di mantenere la sua integrità, la sua purezza.

 

Il fatto è che non era stato neppure, come veniva narrato nei film di fantascienza, quelli che pure lui aveva visto, pur non amando affatto il genere.

Non erano state le macchine ad aver preso il sopravvento.

Fosse stato così, sarebbe stato certamente più accettabile, almeno sarebbe stata semplicemente una questione di superiorità e di forza.

Non di stupidità.

 

L’uomo, tanto intelligente quanto cieco, era stato la causa del suo stesso male.

 

Inizialmente c’era stato il computer, sempre più piccolo, sempre più veloce, sempre più capace.

Poi era arrivato l’esercito dei dispositivi mobili … silenzioso … e, in quanto tale, pericolosissimo.

Infine c’era stata tutta quella nuova generazione di cosi di ogni tipo, che, sostituendosi all’uomo nelle più elementari funzioni, lo avevano di fatto estromesso dalla sua stessa esistenza.

Cosi … li chiamava e li ricordava così … ne aveva dimenticato pure i nomi, in tanti anni se ne erano succeduti troppi.

Sempre più utili, sempre più perfetti, sempre più indispensabili.

Pareva non si potesse vivere senza di loro.

Eppure erano stati proprio loro ad aver ucciso la vita.

 

Cominciò a vagare con la mente, cercando di focalizzare l’immagine, quel tesoro prezioso, che teneva nascosto come una santa reliquia.

Una volta era colorata … traboccante di tinte… semplicemente magnifica …

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… poi pure essa si era spenta, pian piano, come tutto il resto.

 

La memoria era per lui una specie di catarsi, l’unico modo per sopravvivere a tutta quella desolazione.

Era la sua ancora di salvezza, il suo rifugio, la sua difesa.

 

Anche quel giorno si lasciò andare e fu risucchiato.

Un tunnel, una spirale, un varco.

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Un sipario su un altro mondo.

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Un passaggio verso la luce.

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Un ventaglio di possibilità.

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Il copione era sempre lo stesso. Ripetitivo e per questo rassicurante.

Dopo i colori, le sensazioni.

Morbidezza.

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Calore.

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Appartenenza.

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E, infine, al solito, le voci.

Prima una, poi tante, in un crescendo emozionante.

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Quello era il momento.

Quella la perfezione.

Quella l’essenza.

 

Era di nuovo connesso.

 

Connecting People è l’installazione, che DAMSS Art ha presentato, lo scorso giovedì, ad Abilmente Vicenza.

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Un’altra opera formato maxi, i cui numeri parlano da soli:

130 mq di superficie

450 mc di volume

300 kg di materiale

3 mesi di preparazione in studio

13Un lavoro dal forte significato simbolico, che Marco e Daniela mi hanno raccontato così! 

 

Un’installazione site specific, cioè creata apposta per Abilmente. Come è nata quest’idea?

Marco:

Allora … sai, che site specific significa, che dobbiamo dedicarci all’ambiente, che accoglie l’opera. Esattamente a quello. Togliere l’opera da quell’ambiente preciso, significa snaturare l’opera stessa.

Abbiamo studiato molto bene l’ambiente dell’ingresso della fiera, lo abbiamo analizzato a fondo, per vedere quali potenzialità l’ambiente ci offriva e quali potevano essere le possibilità di esprimerci.

Abbiamo creato un modellino dell’ingresso da 1,5 x 2 metri circa e abbiamo studiato su quello tutte le varie forme possibili di lavorazione.

Nasce così l’opera!

Discussioni … no, qui non mi piacesarebbe meglio … prova a vedere sefacciamo delle curve ulteriori … gli intrecci … come incaramellare tutti questi fili… Quest’opera è nata proprio sulle discussioni. E questo fino all’ultimo giorno, quando abbiamo deciso di preparare delle fotografie da mandare alla fiera!

 

Un’opera site specific è facilmente riproducibile in altre sedi oppure rimane necessariamente un unicum?

Daniela:

No, non è riproducibile. Site specific vuol dire, che  l’abbiamo costruita proprio su questo spazio.

L’abbiamo costruita, avendo solo in mente com’è lo spazio ed avendo a disposizione solo il modellino. Quindi noi, tutto sommato, non sapevamo come sarebbe stata una volta finita, perché l’abbiamo costruita qui. Abbiamo portato i materiali e poi, in tre giorni, abbiamo costruito l’installazione.

Quindi è stata una sorpresa?

Marco:

Sempre, sempre …

Daniela:

Già, devo dire, dalle prime tirate ci piaceva. Però adesso, alla fine …

Siete soddisfatti?

Daniela:

Molto, molto soddisfatti!

Marco:

Abbiamo avuto anche un ottimo appoggio da parte della fiera, che ci ha messo a disposizione personale in grado di aiutarci. Era impossibile, che lo facessimo in due.

14Molti volti appesi, che rappresentano le varie persone, che hanno partecipato alle fiere precedenti. Passato, presente e futuro, dunque, che si incontrano. Considerato che anche ne La grande macchina Bernina c’erano i volti delle persone del passato e del presente e le tessere vuote, che rappresentavano le persone, che ancora dovevano imparare a cucire, la domanda è: quanto è importante per voi questa dimensione temporale?

Daniela:

È molto importante, perché pensiamo ci debba essere una continuità tra le persone, che hanno già acquisito … che sono già esperte in una certa attività e le persone che, invece, stanno imparando e che in futuro lavoreranno.

Questa continuità viene sviluppata in questa installazione, nel senso che noi abbiamo inteso tutti quei fili come dei trasmettitori. Trasmettitori di esperienze, scambi di parole, di onde. Ci deve essere non solo uno scambio di parole tra una persona ed un’altra, ma anche di emozioni e di sensazioni … nel presente, nel passato e nel futuro.

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Marco:

I volti sono sempre stati presenti nelle nostre opere. I volti rappresentano l’essere umano. Due volti accoppiati, che si guardano, che hanno la bocca, indicano una trasmissione, una connessione.

Connecting people significa proprio dare espressività a quello che può essere il modo di relazionarsi con gli altri.

In fiera le relazioni sono tantissime… chi chiede, chi si informa, chi è curioso … c’è quello che non sa, che chiede quanto costa, come si fa, che segue i corsi … connessioni …

L’obiettivo è rendere la gente consapevole di quanto ci sia bisogno dell’essere umano. Non nascondiamoci dietro a telefonini, in tram, tutti in silenzio, con la testa bassa, la cervicale piegata … cerchiamo di comunicare con la gente!

Daniela:

Soprattutto i giovani, che stanno prendendo una china, ragazzi … c’è una chiara critica ai social qui …

Marco:

Noi, o chi è esperto di qualcosa, deve trasferire verbalmente questo qualcosa ad altri. L’essere umano si sviluppa in questa maniera, altrimenti ognuno si involve, invecchia e muore con il suo know how. E non si va avanti.

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A questa domanda avete già praticamente risposto … tutti questi fili rappresentano, invece, l’interazione fra le persone durante questo tipo di eventi. La fiera, quindi, come momento di aggregazione, di scambio, di confronto?

Marco:

Esatto!

È proprio il momento in cui, se hai realizzato qualcosa, lo mostri, lo spieghi, lo racconti. Chi non lo ha ancora visto, si informa, chiede, esprime le sue impressioni.

Gli scambi verbali, la comunicazione tattile con la persona, a cui stringi la mano, quello che ti picchia sulla spalla e quell’altro, che ti abbraccia, sono proprio forme di comunicazione fra la gente. Se lo si fa in maniera pulita, in maniera rispettosa – perché no? – ci si può anche toccare.

Al telefono questo manca. Manca la relazione, il contatto. I nostri figli, che hanno cinquecento amici su Facebook … va bene, ma … Sei già uscito con qualcuno? No, ho i miei amici a casa … direi che è diverso, non è una vera relazione! 

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Pure qui hai già praticamente risposto … In un mondo, in cui tutti sono connessi con tutti, ma forse in realtà solo in apparenza, come si colloca questo vostro progetto? È un invito a rivalutare i rapporti autentici fra le persone?

Marco:

Sì, sì, sì … vedi che sei avanti?

(rido)

 

Che cos’è per voi la comunicazione?

Daniela:

Lascio parlare lui …

Marco:

Una necessità!

Intanto, comunicando, si condivide. Quindi … chi soffre e ha dolore spesso si lamenta per comunicarlo, non avendo magari altri modi, in cui farlo. Se c’è qualcuno, che è in grado di ricevere il messaggio, magari lo conforta … questo è solo un esempio …

La comunicazione è ciò, che permette alla società di aggregarsi, di evolvere. Un genio, che lavora in cantina da solo per tutta la vita, è un genio perduto. Un mezzo genio, che invece comunica con gli altri, magari evolve.

Vorrei sottolineare ciò che noi abbiamo constatato durante i nostri corsi, quando insegni, quando comunichi ad altri le tue esperienze: da chi ascolta impari tantissimo.

Ci credo! Magari ti danno degli input

Marco:

Ti danno tantissimi input. Se sei attento alla cosa, comunicare significa anche ricevere. Ma tantissimo!

Daniela:

Il fatto che noi lavoriamo in due, vuol dire anche molto. Noi comunichiamo. Non siamo soli.

Avete una marcia in più?

Daniela:

Sì, abbiamo una marcia in più!

Marco:

Noi consigliamo spesso … Se potete, aggregatevi! Lavorate insieme! Lavorare insieme, è come essere un piccolo gruppo musicale, dove senza gli altri non si fa niente. Se in un gruppo musicale tutti collaborano, questo porta l’espressività alle stelle!

E la nostra fortuna di coppia è questa. Sul lavoro discutiamo tantissimo, le liti quotidiane non mancano, ma tutto serve a costruire il contenuto dei DAMSS.

Questo è lo spirito … lavorare molto con gli altri. Noi siamo abituati a lavorare l’uno per l’altra, i miei punti e i suoi non li vedi, non sappiamo, dove abbiamo cucito …

Dovrebbe essere così per tutti?

Marco:

È molto più bello ….

Qui lo dico e qui lo nego?

Daniela:

No, non dirlo. Glielo hai già detto …

Marco:

L’altro giorno abbiamo fatto i cinquant’anni in coppia e prossimamente faremo i quarant’anni che siamo sposati. Costituiamo un buon esempio. Se pò fa’ … (ride)

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Voi siete abituati a realizzare installazioni molto grandi. Quali sono, in generale, le maggiori difficoltà che trovate?

Marco:

A noi piace tanto lavorare in grande, ma dipende dal nostro background. Daniela è ingegnere, io sono architetto, abbiamo fatto esperienze individuali molto intense, lei nella grande industria , io in altri settori. Abbiamo acquisito tante tecniche e tante capacità, che abbiamo messo insieme nei lavori progettuali. In fondo siamo due progettisti, ognuno nel suo campo, siamo portati alla progettazione.  

Un’opera grande, rispetto ad una di medie/piccole dimensioni, richiede un’organizzazione notevole, molto più grande delle dimensioni stesse. L’organizzazione deve essere enorme, va studiato tutto nel dettaglio, come se fosse un’opera piccola, ma nel realizzarla in grande, tu hai bisogno assoluto  di aver fatto un progetto da rispettare. Più dettagliato è il progetto, più l’opera grande può essere facilmente realizzata.

Il vantaggio nostro, proprio per i nostri background reciproci, è che possiamo realizzare opere grandi e molto vicine al progetto e non è detto che questo avvenga. Avendo tante tecniche a disposizione, troviamo la tecnica, che più si avvicina alla nostra necessità.

Ma cose piccole ne avete mai fatte?

Marco:

Ne abbiamo fatte! Anzi noi sottolineiamo molto spesso, quando raccontiamo di noi, che siamo partiti dal traditional, dalle cose di base, che si insegnano a tutti quelli, che fanno quilt. Ma noi, dopo tre anni, eravamo stufi di vedere le cosine nostre e degli altri fatte sempre in quella maniera. In tre anni siamo andati avanti …

Daniela:

D’altronde siamo artisti …

Marco:

Noi costituiamo le frange del tappeto della fiber art, dell’arte tessile. Noi costituiamo le frange estreme, quella frangia più avanti del tappeto, perché cerchiamo di lanciare messaggi nuovi. Anzitutto per evolvere, ma catturando anche l’attenzione dei giovani, che sono quelli che domani andranno avanti.   

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Quali materiali avete usato per Connecting people?

Daniela:

Abbiamo utilizzato delle cimose di recupero dell’industria, le false cimose. Sai cosa sono?

Beh, le cimose sì, le false cimose no.

Quando viene costruito il tessuto, ci sono due cimose: una è attaccata al tessuto e l’altra è quella che rimane attaccata al telaio. Quando il tessuto viene tagliato, la falsa cimosa viene eliminata. Questi sono dei lunghi, lunghissimi filati, che vengono proprio buttati via. Allora noi le abbiamo recuperate, naturalmente con un grande lavoro … bisogna fare le matasse … e le abbiamo utilizzate per l’installazione.

A noi piace riutilizzare, far rivivere tutte una serie di tessuti e di materiali, che hanno vissuto una vita diversa, con l’arte. 

È anche andare contro lo spreco, no?

Marco:

Sì, c’è un messaggio economico e di riutilizzo: prendere quei materiali, che sono destinati allo smaltimento. Li rielaboriamo e diamo loro una nuova vita.

Avendo a disposizione una grande quantità di materiale, possiamo permetterci di progettare opere molto grandi.

Ma quando smonterete qui, rifarete tutti i gomitoli?

Marco:

No, questi saranno smaltiti dalla Fiera.

 

Avete usato tecniche particolari?

Daniela:

No, l’unica tecnica particolare è stata quella per le facce.

Abbiamo utilizzato una rete di quelle per il giardinaggio, in cui abbiamo intrecciato con una tecnica tipo uncinetto, ma con le mani, i filati. Una specie di tessitura …  cercando naturalmente di dare una certa espressività a questi volti, cambiando magari il filato per realizzare gli occhi, le bocche …

Marco:

Poche tecniche delle nostre, ma tanta attenzione alle geometrie, ai volumi. C’è un grosso studio dietro, impegnativo. Bisogna sapere da dove cominciare a connettere i punti di base con i punti in aria. Puoi fare un ventaglio, puoi fare una conchiglia, puoi fare una caramella …

Ma procedete in base all’istinto?

Marco:

No, no, no, è tutta geometria.

Daniela:

Devi proprio disporre in una certa maniera per ottenere un certo effetto.

Marco:

Studio dei paraboloidi, alla fine.

Daniela:

Sì, perché se disponi i filati in un’altra maniera, poi non vedi niente.

Marco:

Cambia! Tu immagina di andare da sinistra a destra a terra, con i vari agganci e da sinistra a destra, in parallelo, in alto. Risulta una serie di corde diritte. Ma se parti da sinistra in basso, ma a destra in alto, si incrociano. Cambiano le geometrie, cambiano i volumi.

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Qual è il messaggio che volete dare con questo lavoro?

Marco:

Lavoriamo insieme, comunichiamo i nostri segreti, che non sono segreti.

Spesso ci viene chiesto Ma voi dite tutto tutto? La nostra risposta spesso è Sappi che la nostra opera finita ieri, è un’opera vecchia. Noi pensiamo già ad altro.

Daniela:

Ma ognuno interpreta le tecniche alla sua maniera! Non non saranno mai uguali alle nostre. Magari sono meglio, magari sono peggio, in ogni caso sono diverse!

Marco:

Quindi … guardare, ispirarsi, mettere tanto del tuo.

Noi facciamo così, vediamo un’opera che ci piace tantissimo, magari è in legno, magari è in ferro o magari è in pietra. Oppure è semplicemente un intreccio di alberi, che fanno bellissimi giochi di luce. Su quelli noi ci basiamo, non per copiarli, ma per avere una spinta.

E la spinta, che ci arriva poi ci dà energia, decidiamo e facciamo. Poi, devo dire, Daniela è una socia eccezionale …

Daniela:

Dico sempre di sì …

Marco:

… perché mi dice Sì, sì, osa, osa!

Lavorare insieme è importante e comunicare, mentre si lavora e con chi lavora, lo è altrettanto! Se vedo qualcuno, che lavora con il legno, se vedo qualcosa, che mi piace, stai tranquilla, che mi fermo e glielo dico. Mi piace, che lui lo sappia e che apprezzo il suo lavoro. Ma non lo fanno in tanti … per timidezza, per introversione, per invidia … per tanti motivi! Se entro in un bar e mi fanno un buon caffè, io glielo dico. Se fa schifo …

Anche?

Daniela:

È un buon soggetto, su cui comunicare …

Marco:

No, gli comunico, che lo lascio lì, che gli lascio i soldi e che non mi vedrà mai più nella vita!

 

Una curiosità che mi è venuta, vedendo l’opera … ci sono tanti gomitoli vicini, però ce n’è uno da solo ad un certo punto … è un gomitolo nero …

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Marco:

La voce singola nel silenzio …

L’ho proprio notato questo gomitolo …

Marco:

Ma è voluto … forse ne è caduto uno, ma ieri ce n’era uno molto più chiaro in un angolino, che è la voce un po’ fuori dal coro. 

Ci sono anche quelli, che si esprimono completamente da soli, ma stanno ai margini, vicino alla società.  Sono in contatto.

Ci sono sia i gruppi sia i singoli. Vediamo la cosa in forma attiva … il singolo non lo lasciamo là da solo, facciamo in modo, che si attragga. Ed infatti è collegato. E mi fa piacere, che tu abbia colto questa cosa, che non ce l’ha chiesta nessuno!

Ma mi è proprio saltata all’occhio, mentre giravo …  ci sono dovuta girare intorno, eh!

Marco:

Ma ci devi girare intorno!

C’è stato qualcuno, che ci ha detto Mettilo dentro … no, no, andava lasciato lì! È uno che ascolta, che partecipa, che sta fuori e magari si ispira ed è collegato dal fatto, che magari c’è un interesse. 

Mi fa piacere che tu l’abbia notato … sei l’unica!

 

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© Federica Redi

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