09 marzo 2017

CREATIVAMENTE OLTRE I LIMITI. LE LEPRI DI MISURINA

01

Due immagini a confronto.

Due modi di essere, di vivere, di sentire.

Due realtà, due mondi, due filosofie.

Inconciliabili.

Eppure, se è vero che gli opposti si attraggono e se è vero che un filo può compiere magie, a ben guardare, queste due fotografie non sembrano poi così lontane.

Certo bisogna andare oltre, ma molto oltre, perché, fermandosi all’apparenza, i conti non paiono proprio tornare.

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Seguo il filo della mia curiosità – ancora una questione di fili – leggo, indago, mi informo e arrivo ad Abilmente Vicenza con l’intenzione di saperne di più.

Li trovo nel loro stand tranquilli e rilassati, concentrati sul loro lavoro e non mi capacito. Possibile che siano veramente loro?

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Certo, se avessi assistito alla loro performance, i dubbi si sarebbero diradati molto velocemente e il filo fra le loro mani avrebbe cominciato a legare, punto dopo punto, le immagini che vi ho mostrato.

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Sorridenti e disponibili, Alessandro d’Emilia e Jane Bertoni, mi accolgono nel loro mondo fatto di morbidi e colorati filati ed imprese da brivido, lasciandomi intravvedere possibilità alla portata di tutti.

Tutti quelli che vogliono, si intende.

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Parlo con Alessandro e mi stupisco: pare tutto talmente facile, naturale, ovvio.

Lavorare con l’uncinetto o attraversare una valle, camminando su un filo, alla fine non fa molta differenza.

Sono in fondo le due facce della stessa medaglia.

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Le Lepri ad Abilmente: un altro aspetto del vostro vivere pericolosamente? Non avete paura delle donne armate di trolley?

Ma … se siamo qua è proprio perché anche essere in questi posti, dove in realtà ci sentiamo un po’ un pesce fuor d’acqua, visto che siamo abituati a stare in montagna, ha una sua ragion d’essere.

Il nostro intento è quello di trasmettere un messaggio, magari nuovo, ai giovani, che vanno perdendo la manualità e non conoscono l’origine di questo tipo d’attività, cioè fare l’uncinetto, fare la maglia. Sono attività che possono collegarsi benissimo anche con lo sport. Infatti negli ultimi anni, quando viaggiamo, ci portiamo sempre un po’ di lana e un uncinetto per fare i cappellini. E questo modo di fare i cappellini ci ha aiutato e ci permette di continuare a viaggiare e di sostenere le nostre attività.

 

Quando e come mai vi siete messi a lavorare con i ferri e con l’uncinetto?

Questa passione è nata circa quattro anni fa insieme ad un grande amico, che purtroppo ci ha lasciato l’anno scorso a causa di un incidente (Armin Holzer, N.d.A.).

Vivevamo insieme e, a breve distanza l’uno dall’altro, ci siamo entrambi fatti male alle ginocchia. Il dottore ci aveva raccomandato di stare fermi e di far riabilitazione. Noi eravamo maestri di sci in piena stagione e quindi era molto difficile stare fermi. Abituati a non stare mai seduti, sdraiati sul divano con la gamba ingessata, dovevamo trovare qualcosa da fare.

Quindi lui, che già ogni tanto faceva questi cappellini, mi ha trasmesso questa passione. Abbiamo iniziato a farli insieme, sempre con l’intento di venderli o regalarli agli amici per pagarci poi i viaggi e le spedizioni in montagna, collegando quindi sempre le due attività.

Il filo su cui camminiamo in montagna, alla fine è anche un filo con cui lavorare!

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Ho letto sulla vostra pagina Facebook, che i cappellini sono tutti fatti da voi per non dimenticare le tradizioni artigianali. Quanto è importante valorizzare l’artigianato locale?

È importantissimo!

Grazie anche alla mia ragazza (Jane Bertoni, N.d.A.), con la quale sto da circa tre anni, e alla quale ho insegnato a fare i cappellini …

Cioè, tu hai insegnato a lei?

Lei era sarta, però non faceva cappellini all’uncinetto. Dopo un suo incidente – lei fa trapezio, tessuti aerei, è un’amante di questi arti acrobatiche – si è rotta due vertebre e pure lei si è ritrovata a letto. Quindi le ho consigliato di provare, convinto che le potesse fare bene. È una specie di terapia. Un modo per riflettere, per stare tranquilli, per creare qualcosa, per non sprecare il tempo.

Da quando stiamo insieme, questa progetto ha preso sempre più piede. Ogni cappellino che facciamo è diverso dagli altri, quindi non è come andare ad acquistare quelli dei grandi marchi, che magari si pagano anche di più, ma non hanno dietro una storia, non hanno dietro il lavoro di una persona. Sono fatti a macchina … non c’è l’anima dentro, no? I nostri cappellini, poi, sono spesso fatti anche in un posto diverso, al mare, in montagna, in viaggio. Questo è senza dubbio un valore in più.

È sicuramente puntando alle piccole cose, che si preserva l’autenticità e la particolarità.

Senti, ma indichi, magari su un’etichetta, anche dove sono stati fatti? 

A dire il vero no, però lo diciamo, quando la gente è interessata. Così come raccontiamo come abbiamo cominciato, perché lo facciamo, a che cosa servono poi i soldi che riceviamo. La gente così è anche più contenta nel sostenerci. Non compra solo un oggetto, ma sa che dietro c’è un progetto preciso, un’iniziativa di giovani, che amano la vita e il saper fare.

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Sui vostri cappellini uno dei simboli delle Dolomiti, le Tre Cime. Quanto è importante per voi il legame con il territorio.

Il territorio è importantissimo.

L’idea delle Tre Cime è venuta ad Armin e a me circa tre anni fa. Abbiamo cominciato a farne ancora di più dopo la sua scomparsa, era non solo un modo per ricordarlo, ma anche un modo per portare avanti questa idea. Prima li facevamo, ma non in maniera così professionale, invece piano piano, avendo anche sempre più richieste …

Con Metz, che è anche nostro sponsor, si è creato un bel rapporto ed abbiamo la possibilità di continuare a farli, portando avanti la nostra idea per tutte quelle persone, che amano l’arte dell’uncinetto e la montagna.

Il nostro simbolo quindi è il simbolo del nostro amore per la montagna. Un simbolo trasmette molto più che semplici parole.

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Voi provenite da zone diverse, mi pare, ma vi siete incontrati a Misurina. Che cos’è Misurina per voi?

Misurina è stato il punto di incontro e il luogo, da cui poi tutti questi sogni e quest’idea hanno preso forma. Adesso purtroppo non ci abitiamo più, perché la vita va avanti e si cambia, anche per motivi di lavoro, però ci teniamo comunque a dire che tutto è partito da Misurina. Questo luogo per noi è speciale. Chiunque ci va, poi lo ricorda. È una delle perle delle Dolomiti.

Beh, chi non conosce Misurina e le Tre Cime?

In realtà è un discorso molto più ampio … abbiamo cominciato a fare un evento, che è un raduno di funamboli …

Eh, lo so, adesso ci arrivo …

Misurina, non so se tutti lo sanno, è un po’ al confine fra l’Alto Adige ed il Veneto e sul Monte Piana abbiamo fatto questo evento, quindi Misurina rappresenta anche un luogo ideale. In un momento in cui la gente pensa solo a tirar su i muri, Misurina vuole essere anche un po’ un simbolo, un messaggio che parte dai giovani per i giovani, e per tutti. Un messaggio di pace: lo sport e la montagna vanno oltre i confini.

 

Voi condividete la stessa passione per gli sport estremi, ma soprattutto un certo tipo di approccio alla montagna. Me ne vuoi parlare?

Sì, diciamo che questa amicizia e questo nostro modo di andare in montagna, ci ha fatto imparare che non bisogna solo pensare a quanto difficile sarà affrontare una certa parete o a quanto veloce si deve andare per scendere giù per un canalino con gli sci. Nella mente ti fai altri calcoli … quanto sarà bello, se sarà possibile collegare quelle due cime…

Hai bisogno di molto più tempo, parti con gli zaini più pesanti, sei pronto a dormire fuori. Sono piccole spedizioni che si fanno ogni volta e questo ti mette in una condizione diversa di vivere la montagna. Non più in velocità o con la paura di non tornare a casa in tempo. Sei pronto, sei rilassato, dormi fuori, in una grotta o in un bivacco, ti godi i tramonti e le albe e …

Apprezzi davvero la montagna!

Sì, è proprio un’altra filosofia. È un po’ come unire quei vecchi pionieri, che hanno scoperto le vie di arrampicata più difficili, che hanno sviluppato la dimensione verticale, con noi, che non solo facendo maglia, ma anche camminando sul filo, cerchiamo di portare avanti le loro motivazioni, sviluppando invece una dimensione orizzontale. Colleghiamo le pareti ed i picchi con un filo magico, immaginario, sul quale poi camminiamo.

10

Premettendo che io soffro di vertigini e per me siete folli, mi vuoi raccontare di questa disciplina emergente, l’highline?

Diciamo che ora non è più emergente. Grazie all’evoluzione dei materiali, ma anche grazie all’evento di cui ti ho parlato e alla condivisione delle nostre esperienze, c’è sempre più gente che la pratica. Ora non è più una cosa così strana poter ammirare dei funamboli, che camminano nei parchi delle città anche solo per gioco.

All’inizio tutti ti guardano e ritengono la cosa impossibile, ma basta avere la pazienza per dedicarcisi. Non è poi così difficile come sembra! È come fare a maglia: alla fine serve solo tempo. Piano piano ti adatti, anche se è ovvio che la prima reazione, che si ha trovandosi davanti al vuoto, è di fare un passo indietro. Ma poi con l’esperienza acquisisci il rispetto per te stesso e per quello che fai e impari ad apprezzare questo tipo di paura e non a sfuggirla. Elaborandola dentro di te, arrivi poi a superarla.

Sì, ma gente che, come me, soffre di vertigini … c’è, ci prova, molla? Ho anch’io una speranza?

Soffrire di vertigini non è una malattia, è una condizione mentale, quindi veramente, se trovi le persone giuste e sei nel posto giusto, piano piano prendi confidenza con quello che fai e superi questa paura. Ti posso dire che un mio amico soffriva di vertigini, l’ho portato ad arrampicare e adesso arrampica anche meglio di me. Ha superato la sua paura.

Sia l’arte di camminare sul filo, sia l’arte di fare il capellino sono secondo me delle tecniche per meditare, riflettere su se stessi. È un modo per superare i propri limiti.

No, ma io vi ammiro, eh! E vi invidio pure! Non credo proprio che ce la farei.

Eh, ma si tratta solo di crederci e di trovare le persone giuste. La compagnia è fondamentale e con quella ti senti a tuo agio. Una volta che tu ti rilassi e dai tempo al tuo corpo di adattarsi, tutto diventa facile … step by step.

Beh, ho una speranza pure io allora!

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Senti, me l’hai già accennato, ma volevo ritornarci … avete organizzato per vari anni l’Highline Meeting sul Monte Piana, un evento non solo sportivo, ma dal forte significato simbolico. Highline, quindi, come ponte fra passato, presente e futuro? Come ponte fra i popoli?

Questo era il nostro intento. Dico era, perché quest’anno (2016 N.d.A.) abbiamo avuto qualche problema. L’evento è diventato sempre più grande ed eravamo in un luogo sacro. Quindi stava diventando difficile dare la libertà a tutti di partecipare, preservando la sacralità del Monte Piana. Così come stava diventando difficile essere fedeli alla nostra filosofia.

Con la scomparsa di Armin, poi, abbiamo avuto anche un buon motivo per riflettere e quest’anno abbiamo deciso di sospendere. Dobbiamo ancora decidere, se per sempre o temporaneamente. Vedremo nei prossimi anni.

In ogni caso in quattro anni la missione che abbiamo portato avanti – trasmettere la nostra filosofia, il nostro messaggio, la passione per la montagna e per uno sport per il quale, cinque anni fa, eravamo praticamente presi in giro anche dagli stessi amici – ha fatto grandi progressi. Ora ci sono un sacco di persona che praticano questo sport, quindi per noi è già stata una grande soddisfazione: portare queste persone ad aprire il loro cuore, ad andare oltre il loro limite, a conoscere questa disciplina.

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Siete amanti della montagna. Non pensate che il rispetto per essa sia un concetto ancora molto poco chiaro a certe persone?

E lo sarà sempre. Questione di buon senso …

Che non c’è!

Ma è così anche in città, non solo in montagna. Così come nella vita e nel lavoro.

No, certo, però se giri in montagna con gli infradito forse hai qualche problema in più che girare in città. E ne ho vista di gente che girava così …

Ovviamente. Ci dovrebbe essere buon senso. In montagna, se hai una certa sensibilità, dovresti anche essere facilitato, nel senso che, ispirato da questo luogo che ti circonda, dovresti pensare due volte prima di buttare una carta per terra. Bisognerebbe lasciare spazio a tutte le iniziative, che mirano a sensibilizzare.

13

Che cosa significa per voi vivere creativamente?

Svegliarci e fare quello che ci piace fare!

Beh, fantastica risposta. Questa è il massimo della creatività. Vi auguro di poterlo fare sempre.

Sì, svegliarci ogni giorno e continuare a fare qualsiasi cosa senza ripeterci mai … come con i cappellini, che non sono mai uguali!

 

Fili che collegano una montagna all'altra ...

Fili che collegano idee diverse …

Fili che collegano antiche tradizioni con il presente.

(Le Lepri di Misurina)

 

 

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© Federica Redi

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