10 maggio 2017

CONOSCERE L’IGNOTO. GLI ‘STRANGERS’ DI DAVIDE BUSCAGLIA

01

Il fascino dell’ignoto domina tutto.
(Omero)

 

Sono 365.

Uomini e donne, giovani e anziani, bianchi e coloured.

I loro capelli hanno sfumature e tagli di ogni tipo.

I loro abiti, a quanto si può intuire, sono delle fogge più svariate.

Il loro stile, il loro modo di essere, la loro personalità non è che una possibilità fra gli stili, i modi di essere, le personalità.

Ma hanno qualcosa in comune.

Sono degli estranei.

 

O meglio, lo erano.

Lo erano prima che Davide Buscaglia, psicologo e fotografo, decidesse di conoscerli.

E di fotografarli.

 

365 Strangers è il progetto portato avanti da Davide per un anno intero, il 2015, giorno dopo giorno, mese dopo mese.

L’obiettivo, solo apparentemente legato alle immagini, va molto oltre il semplice scatto e nasconde motivazioni molto più profonde.

C’è voglia di superare dei limiti, personali e non, di darsi delle possibilità, di abbattere quel muro di indifferenza, che separa le persone.

Un obiettivo quotidiano volto a dimostrare, che, volendo, si può.

 

Ho incontrato Davide a Torino, durante la XII edizione di Paratissima e ho voluto saperne di più. 

02

Un progetto sospeso fra fotografia e psicologia. Quale dei due aspetti prevale?

Allora … qui in fiera prevale quello fotografico, perché sono esposte 161 fotografie.

In realtà il grosso del lavoro è soprattutto relazionale, quindi psicologico, se vogliamo terapeutico, perché ha dei risvolti molto importanti per quanto riguarda appunto la mia formazione da terapeuta e la mia introspezione.

Le fotografie sono solo la punta dell’iceberg.

03

La cosa, che più mi incuriosisce, è la reazione della gente alla richiesta di essere fotografata. Ha dimostrato curiosità, timore, fastidio?

Ha reagito tendenzialmente piuttosto bene, perché la mia richiesta non è mai stata quella di fare una foto, ma di condividere un’oretta del nostro tempo.

Io raccontavo il progetto, specificando che era un progetto relazionale e che la fotografia sarebbe stata solo un qualcosa, che avrebbe colorato l’incontro. Quindi le persone, che accettavano di far parte del progetto, erano più predisposte all’incontro fotografico, anche se la frase ricorrente era però non sono fotogenico …

Un classico …

Sì, un classico sicuramente … ma durante quell’ora si instaurava quel minimo di rapporto, che mi permetteva di entrare in una certa confidenza.

04

Con che criteri hai scelto questa gente? Istinto o pianificazione?

Essenzialmente sensazioni.

Quello che facevo era scendere per strada tutti i giorni, cercando di entrare un po’ in contatto con l’ambiente, che mi ospitava quel giorno particolare, in contatto con quello, che provavo nell’incrociare uno sguardo particolare o nel notare un atteggiamento corporeo o un volto.

Ecco, quando sentivo qualcosa nell’incrociare questa figura, mi affidavo alla sensazione e chiedevo il permesso …

Andare tutti i giorni in un contesto diverso, assumendo un ruolo o rimanendo te stesso? L’ambiente ti era congeniale?

Trovavo il modo di diventare parte di quell’ambiente … mi sentivo quasi ospitato dall’ambiente, in cui mi trovavo, qualunque esso fosse.

L’incontro aveva un inizio e aveva una fine, ma non coincideva con l’incontro relazionale. Qualche minuto prima di incontrare la persona, io ero già all’interno del progetto e finivo qualche minuto dopo, quando poi mi prendevo il tempo di scrivere le note, che raccontano poi ogni incontro.

05

Farsi fotografare è un po’ donare una parte di se stessi. Quale è stato il dono più bello, che hai ricevuto?

Qui faccio un respiro prima di risponderti, perché se torno ai doni, che ho ricevuto - generalmente mi vergogno un po’ - mi emoziono tutte le volte, perché davvero è stato un enorme viaggio quello che ho potuto vivere.

Il dono più bello credo sia stato nell’insieme, nell’aver vissuto un anno, stando bene in contatto con l’Altro, avendo anche avuto l’impressione, alla fine, di andare bene così. Posso insomma prendermi un po’ meno sul serio, che va bene lo stesso!

06

A queste persone hai lasciato libertà di raccontarsi oppure hai rivolto loro domande specifiche?

Assoluta libertà di raccontarsi e di raccontarmi.

Non arrivavo mai con interviste, non arrivavo con l’idea di scoprire chi erano loro, ma arrivavo con l’idea di incontrare. Per fare questo, dovevo fare io un passo verso di loro e poi aspettare, che loro lo facessero verso di me.

07

Ritieni che, in fondo, tutti noi abbiamo voglia di raccontarci, ma non ne abbiamo la possibilità? Ritieni, in sostanza, di aver dato una possibilità?

Credo di essermela data soprattutto. Me la sono presa e l’ho condivisa.

Per quanto mi riguarda, sì, credo che ognuno di noi abbia la necessità di un contatto umano.

08

Hai poi fatto amicizia con qualcuna delle persone, che hai fotografato? Si è creato qualcosa, che poi è durato?

Con qualcuno mi sento, anche se non ho amici fra di loro. Ma non era l’idea questa, quella di creare amicizie…

No certo, ma magari … 

No, lo specifico, perché in effetti erano comunque momenti molto intensi, ma non si sono mai naturalmente evoluti in qualcosa di più duraturo.

09

Le fotografie sono tutte a colori o anche in bianco e nero?

Solo colore.

Per un motivo particolare?

La realtà è a colori.

10

Pensi che una fotografia riesca a trasmettere, senza tante parole, l’essenza di una persona?

(pausa) No!

Un no deciso …

Sì, ma non deciso, perché ci ho pensato … una fotografia può trasmettere tanto di una persona, ma siamo noi osservatori a  proiettare in quello sguardo cose, che ci appartengono.

La fotografia, soprattutto nel ritratto che conosco io – non ho una conoscenza così approfondita – è affiancata dalle descrizioni. Le descrizioni permettono di pulire dalle possibili proiezioni … che poi vanno bene anche le proiezioni, non c’è nulla di male nell’affidare qualcosa di nostro ad un volto. Però nel mio caso le parole sono fondamentali.

11

L’incontro con una persona sconosciuta e con l’ignoto in generale perché spesso spaventa le persone?

Domanda difficile… c’è questo esempio, che mi viene sempre in mente, che arriva dall’università … è qualcosa, che deriva dal mondo animale, ma mi pare applicabile …

Pensiamo ad un pulcino nel nido, che vede un’ombra – potrebbe essere la madre, ma anche un rapace – la prima cosa che fa è nascondersi. Ciò, che è sconosciuto, fa paura in quanto tale, ma la paura in qualche modo è pure la nostra salvezza. Grazie ad essa ci siamo evoluti, fino a diventare quello che siamo nel 2016.

Quindi non è qualcosa, che va allontanato, ma è qualcosa, un’emozione, che ci serve per comunicare. Le emozioni non sono altro, che modi per comunicare, a noi stessi e agli altri.

L’ignoto fa paura, perché non rientra in categorie utili a comprenderlo.

12

E il libro? Hai pubblicato un libro alla fine di questo progetto…

Ci sono all’interno 365 fotografie con tutte le descrizioni …

Un riassunto dell’incontro?

No, parti trascritte non in maniera letterale, perché non avevo un registratore. Dopo gli incontri mi capitava di segnarmi le frasi, che più mi avevano colpito. E da queste partiva poi la mia riflessione. Quindi foto, descrizioni e riflessione.

Non ho mai descritto le persone: nel libro non si parla di 365 persone, ma di 365 incontri.

Il libro si può ordinare online o si trova anche in libreria?

No, solo online, perché è un libro autoprodotto. Per ora ho fatto tutto io, ma se riuscissi a trovare un editore sarei più che disponibile.

13

Il progetto 365 Strangers si è concluso con la mostra 365 Strangers: piacere di conoscermi.

Patrocinata dal Comune di Savona, ha avuto come obiettivo principale quello di mettere in evidenza, che è ancora possibile parlare con gli sconosciuti, in un’epoca, in cui la tecnologia pare aver preso il posto del contatto umano e in cui la diffidenza verso l’Altro pare sempre più radicata.

02

 

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365 Strangers

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© Federica Redi

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