03 maggio 2017

L’ARTE RIBELLE DI MARCO PERIN

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Quel giorno a Bienno ci ho messo un po’ a capire, dove l’avessero messo, perché, passando, la sua esposizione proprio non era visibile.

Certo lungo la via principale c’era parecchia gente ad ostruire la mia visuale, tanto che, frastornata dal gran movimento, non avevo neppure notato il grande quadro a fianco del vicolo.

Che non era neppure piccolo.

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La verità è che non mi aspettavo di trovarlo proprio in quel piccolo spazio fra le case, che a dirla tutta, alla prima impressione, pareva pure poco adatto ad accogliere una mostra di quadri.

Girato di spalle, intento a sistemare qualcosa su un pannello poggiato per terra, sembrava un operaio impegnato in qualche incomprensibile manutenzione.

All’inizio non ero neppure certa fosse lui.

 

Nel vicolo, che aveva le pareti grezze ricoperte da tubi di ogni tipo, catturavano la vista grandi macchie di colore.

Erano le sue opere ed io ero lì per vederle.

 

Il loro essere così vive, così intense, così cariche di energia rendeva il vicolo, apparentemente spoglio, insolitamente accogliente, come se quella loro vitalità si spargesse in ogni angolo.

E la luce del sole, che, infilandosi chissà da dove, le toccava, le faceva risplendere.

Ecco allora, che improvvisamente, quel vicolo anonimo diventava lo scenario perfetto di uno spettacolo tutto da gustare.

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Marco Perin è un artista, con un passato da artigiano, che ad un certo punto della sua vita ha deciso di rompere con ciò che era e con ciò che faceva, scegliendo di seguire quella che sentiva essere la sua strada.

Un percorso tutto cuore, dove la ragione viene vinta a colpi di spatola e di pennello.

Dove ribellarsi, a ciò che non piace e che si sente stretto, diventa l’unico modo per vivere.

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Le lastre di alluminio e rame, che Marco utilizza al posto delle tele, sembrano quasi la trasposizione, in una veste nuova, di quel metallo, che in passato veniva sapientemente inciso e cesellato.

La raffinatezza dell’argento scompare, lasciando il posto a materiali meno nobili.

Le forme tese, pulite, di questi supporti metallici sembrano volutamente in contrasto con quelle più complesse di manufatti ormai dimenticati.

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Una vita nuova, più semplice, è pronta per sostituire quella vecchia.

E il colore diventa lo strumento, attraverso il quale questa trasformazione ha luogo.

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Marco, quando hai capito di voler essere un artista, anche se non ami definirti tale?

(ride) Ma … forse ho sempre desiderato questa libertà, la coscienza di avere un desiderio creativo c’è sempre stata.

Ho iniziato, facendo il liceo artistico. Sono nato e cresciuto in una bottega artigiana, quindi ho vissuto lo spirito di tutto un circuito di scultori, cesellatori, incisori … tutto un mondo d’arte.

Ma poi siamo in Italia, cioè … 

Non c’è scelta?

No, non c’è scelta!

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In una tua intervista hai dichiarato di fare ciò che fai per te stesso, per stare meglio, per avere una vita migliore. Arte, dunque, come terapia?

Sì!

Non mi definisco artista, non riesco a considerare questo come un lavoro, per come oggi il lavoro viene concepito.

Per me è un segno di ribellione. La mia è una voce, non è un lavoro. Questa è la mia vita, sono i miei sentimenti …

 07

Hai attraversato un momento di crisi, in seguito al quale, rompendo con tutto ciò, che facevi prima, hai intrapreso una nuova strada. Francis Ford Coppola ha detto Un elemento essenziale dell’arte è il rischio. Se non rischi, come potrai creare qualcosa di autenticamente bello, che non è mai stato visto prima? Dunque hai rischiato?

Sempre!

Fondamentale?

Importante! Fondamentale non lo so.

Onestamente è tutto un po’ soggettivo, no? Quello che è fondamentale per te, può non esserlo per me. Però sicuramente il rischio è comunque una novità. A volte si ha la necessità di cambiare completamente lo scenario, per scoprire cose nuove. Quindi sicuramente il rischio, sì!

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Sei cresciuto a stretto contatto con l’arte. Pensi che questo abbia contribuito allo sviluppo della tua creatività?

Assolutamente sì!

Se non avessi vissuto in questo ambiente, pensi che la creatività sarebbe rimasta chiusa dentro di te?

Penso che sarebbe stato forse più complicato.

Nonostante noi viviamo e poggiamo i piedi sull’arte, purtroppo oggi, con sempre più facilità, si ignora dove si cammina e quindi questo vuol dire che, nonostante siamo abituati ad avere l’arte intorno, la respiriamo, ma non interagiamo con essa con il sentimento. E finisce, che poi facciamo una vita parallela.

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Il tuo amore per il metallo ti ha portato ad usare lastre di alluminio e rame al posto delle normali tele. Perché questa scelta?

Questa scelta è stata prima di tutto una necessità legata a tutto quello, che ti stavo raccontando prima, al fatto che sia una ribellione.

Ripeto, non mi sento un artista, quindi non mi prendo neppure la responsabilità di essere il rifinitore. Il rifinitore finale della mia opera è la luce naturale e quindi l’alluminio è l’elemento fondamentale, perché rappresenta sempre il riflesso.

La luce diventa padrona. Lei cambia a seconda della giornata, quindi è il suo umore che conta.

Quindi una scelta voluta?

Voluta! Anche forse una scelta da codardo, non molto coraggiosa …

No, perché?

Perché magari c’è, chi se la sente di dire Quello che ho fatto è perfetto e indiscutibile. Io no! Ripeto, io rappresento un’idea, un pensiero. Poi ci deve essere tutto lo sviluppo, cui serve il contributo degli altri.

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Le tue opere sono soprattutto opere astratte, i cui soggetti non sono chiaramente distinguibili. Pensi che questo ne limiti la comprensione da parte dei non addetti ai lavori? L’arte contemporanea non è facile …

Intanto ho parecchi dubbi sugli addetti ai lavori … nel senso che, se gli addetti ai lavori fossero tali, difenderebbero probabilmente l’arte e non sarebbe neppure doverosa questa domanda. Sarebbe già tutto più comprensibile.

Sicuramente l’arte contemporanea crea una spaccatura con molte persone di una certa età, con una certa mentalità, abituate a vedere il Rinascimento, i paesaggi … ti accorgi che loro la ignorano … non riescono più a rapportarsi emotivamente …

Però è anche comprensibile … a scuola l’arte contemporanea non viene mai studiata … non si arriva quasi mai a finire i programmi … questa mancanza è un ostacolo …

Assolutamente sì. Io penso sia purtroppo un discorso di insieme. Anche il fatto che ci sia un’arte di questo genere, che in un certo senso ha un impatto di confusione…

Beh, ci sta anche la confusione, no?

Sì, ma è reale! È anche una questione sociale. Adesso sono tutti confusi … io percepisco molto questo problema comune.

Mi fa specie che non c’è più questo legame fra … come dire? …. è anche una questione di interesse. Una volta forse c’erano le botteghe per strada, quindi l’arte si viveva più nella normalità della vita. Anche chi faceva tutt’altro, tornando a casa, vedeva una verità, che si costruiva. Adesso è tutto diverso, no? Cioè uno la fa a casa sua, sperimentando  … non lo so … oggi si fanno opere con tutti i materiali possibili, si è ampliata la vastità della sperimentazione.

Quindi l’impegno per mettere in contatto questi due mondi è importante. Per questo c’è confusione, perché chi dovrebbe essere il mediatore, quello competente, quello che valuta, che fa da filtro con chi non capisce, di fatto non lo fa. È una figura, che è svanita.

È come il politico … il concetto del politico di una volta … io lo vedo alla stessa maniera. Filtra, mette sorrisi, ci mette la faccia, ma poi nella spiegazione reale di quelle che sono le possibilità e le prospettive c’è sempre confusione.

11

Fai un ampio uso del colore. Come lo usi e quale prediligi?

Il colore che mi piace di più è il blu!

Perché?

Forse per un desiderio di pace, che non trovo mai. Un po’ per la serenità che mi dà, un po’ per la profondità che ha.

Però adoro tutti i colori.

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C’è un filo conduttore, che accomuna le tue opere? E, se sì, qual è?

La ribellione! Certo che c’è un filo conduttore! Il filo conduttore è la mia sperimentazione personale su quello che io non comprendo di me e che la società non mi aiuta a comprendere.

L’unico modo per trovare questa risposta per me è stata questa scelta, che per il momento è efficace.

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Pensi di riuscire a comunicare ciò che provi creando? Il tuo pubblico che reazioni ha davanti ai tuoi lavori?

Questo è un discorso molto ampio, nel senso che dipende tanto anche da come ci si incontra, come ci si sente.

Dipende da come la singola opera viene presentata. Sono tutte cose che io non ho la forza di seguire. Io sono ritornato al basico.

Io prima facevo l’artigiano, lavoravo il metallo e mi è morto tutto tra le mani. Ho scelto l’arte contemporanea, perché non voglio avere canoni, non voglio avere pressioni, voglio distaccare tutto questo da quello, che io sto facendo.

Ripeto, questo l’ho fatto per me. Per me ha un senso molto più importante che il denaro…

E l’apprezzamento degli altri?

Diventa fondamentale, se però poi nasce una discussione e la cosa prosegue.

Deve andare al di là del fatto, che uno voglia avere un oggetto fisico. Ci deve essere lo sviluppo di un concetto, a prescindere dal fatto, che poi voglia portarsi a casa il quadro. Non è quello il mio obiettivo.

Io oggi, a quarantaquattro anni, ho cercato di trovare mille modi per poter comunicare con gli altri attraverso le parole. Ed è sempre stato troppo difficile e i risultati troppo scarsi, rispetto alle grandi possibilità, che ci potevano essere.

Oggi l’unico linguaggio che trovo più rispettoso nei confronti degli altri per i miei limiti è parlare in questa maniera.

14

Quali sono le difficoltà di essere artista oggi?

Quella di sentirsi folle! Di seguire un concetto di vita talmente distante da quello, che hai sempre vissuto quotidianamente, che spesso ti senti un folle. 

Beh, ma i più grandi erano folli!

Non lo so, forse sono stati folli tutti gli altri a metterci così tanto tempo a capire, che c’erano delle alternative.

Non lo so … non so cosa rispondere su questo …

 15

Ciao Marco, ti auguro una vita piena di follia.

 

Marco Perin

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© Federica Redi

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