07 giugno 2017

VIKI ALDINI. L’ISTINTO SOTTO LA PELLE

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Era il tardo pomeriggio di una giornata bellissima, tipicamente estiva, e lui se ne stava lì a lavorare, le spalle rivolte al sole, lo sguardo assorto, la concentrazione massima.

Sono stata ad osservarlo per un po’, facendomi quasi scrupolo ad avvicinarmi, perché mi pareva un peccato rovinare un tale momento di estasi creativa.

Eppure non ho resistito, Viki Aldini era uno degli artigiani, con i quali volevo assolutamente parlare nel mio viaggio alla scoperta della Mostra Mercato di Bienno.

Visitando il suo sito, ero rimasta molto colpita non solo dalla varietà delle sue creazioni e dalla particolarità di molte di esse, ma soprattutto dalla sua presentazione. Non tanto dove si parla della volontà di presentare opere uniche, innovative e funzionali e neppure dove si accenna alla lavorazione totalmente manuale - concetti questi abbastanza comuni, volendo – quanto piuttosto dove si fa riferimento ad un piccolo sogno da realizzare insieme a … voi.

Quel voi, ecco, racchiudeva un qualcosa di speciale.

Tenere in grande considerazione l’opinione altrui, come fattore di crescita, come momento di confronto, come spunto per migliorarsi, mi era parso, mi pare tuttora, l’atteggiamento di una persona aperta, positiva, predisposta al contatto umano.

Come potevo, dunque, non nutrire una certa, legittima curiosità?

Ma poi – sensazioni a parte – era stato impossibile non rimanere incantata davanti alle sue spettacolari borse o alle sue originalissime calzature.

Insomma tanti erano i motivi per saperne di più.


Ecco, dunque, la nostra chiacchierata.


Hai imparato l’arte della lavorazione della pelle e del cuoio nel corso dei tuoi lunghi viaggi in India. Che ci facevi in India? Viaggi di piacere oppure eri lì apposta per imparare?

(ride) Questa è una domanda …

Non te lo dovevo chiedere?

No, è un casino, dovrei tornare indietro di quindici anni, hai capito?

Diciamo, che è stato uno stacco un po’ da tutto. Io facevo il lattoniere, quindi già lavoravo con le mani, poi ho deciso di intraprendere qualcosa di diverso e lì, in Asia, ho incontrato un signore, che mi ha insegnato.

Nel primo viaggio ho dato un’occhiata e ho visto un tipo di artigianato, che qui non esiste più.

Poi, pian piano, mi sono affezionato sempre più a questa cosa di fare le ciabatte con le mani … una certa tecnica, no? … star seduto per terra …

E da lì è partito tutto.

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Non usi la macchina da cucire, ma fai tutto rigorosamente a mano. Una scelta dettata da cosa?

Dalla tradizione! C’è la voglia di portare avanti le tradizioni, ma poi il maestro, che mi ha insegnato, non usa la macchina da cucire, cerca di usare meno strumenti possibili. Quindi io cerco di fare questo sforzo per portare avanti ciò, che ho imparato.

03

Il non utilizzo di macchinari favorisce la creatività?

Non te lo so dire …

Non ne hai mai usati?

Mai! Però io non penso, che la ostacoli. L’uso delle macchine serve solo a produrre di più, per fare i numeri. Io non ho i numeri.

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Qual è il lato migliore e quello peggiore della produzione manuale?

Quello negativo è che, fisicamente, ti distrugge. Facendo tutto a mano, usi tanto i nervi. Ti si infiammano i polsi oppure, quando usavo la tecnica indiana per fare gli infradito, le ginocchia. Dovevo fare delle pause, delle camminate per muovere le gambe. Fisicamente è abbastanza impegnativo.

Mentalmente, invece, no!

È il massimo? Ti senti libero?

Sì, decisamente.

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Come si svolge il tuo lavoro? Quali sono le fasi principali, che ti portano al lavoro finito?

Parte tutto dall’istinto. Quando vedo una cosa, che mi piace, la devo fare.

I difetti vengono fuori, li vedi in fase di produzione, ma si migliorano nel tempo. Sia nelle borse che nelle calzature.

Ho smesso anche di fare ordini, perché bloccavano il mio istinto. Se io la mattina ho in testa di fare qualcosa, la devo fare!

E se hai delle consegne da fare?

Sono in conflitto con me stesso! E non so più dove sbattere la testa, per cui non faccio né l’uno né l’altro.

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Ho letto, che nelle tue creazioni si fondono le tue idee, ma anche i commenti ed i consigli di chi ti segue. Quanto è importante l’interazione con la gente?

Molto. Molto. Perché io ascolto loro, per migliorarmi. In una borsa da donna, ad esempio, devo capire, che uso ne fa, che cosa vuole. L’estetica va bene, ma deve essere anche portabile, no? Ma anche comoda, leggera.

Poi, se una cosa è migliorabile, bene! Se, invece, deve rimanere così, perché quello è il mio stampo, allora così rimane.

Prima era diverso per le scarpe e per le ciabatte. Il piede è il piede ed è importante!

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Tu riutilizzi i materiali di scarto delle grandi aziende. Quanto è importante oggi avere un’attività a basso impatto ambientale?

Molto. Questa scelta mi dà la possibilità di esprimermi meglio. E poi non ho costi elevati per avere i materiali, per avere un magazzino.

Ma poi evito di incentivare certi meccanismi. Se vado in conceria, prendo quello che loro buttano a costi irrisori.

Combacia tutto, no?

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Dove vendi principalmente?

Negozi no, ho preso pugnalate! No, perché il negoziante è un commerciante e non riesce a capire quello che è un artigiano. Che si fa in quattro per esaudire certi desideri. Lui pensa alla vendita, del resto non gliene frega niente.

Quindi faccio soprattutto mercati artigianali, dove la qualità della clientela è medio-alta.

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Quali sono i tuoi prodotti più richiesti?

Dipende da me! (ride)

Per ora vado via tranquillo, perché l’istinto mi porta a fare cose, che poi si vendono. Adesso poi con la mia compagna (Eva Dub, N.d.A.) stiamo facendo questa nuova linea … si segue l’istinto, si fanno prove, si fa un mercato, poi si vede …

Con questo mercato tiriamo le somme … ho fatto Bolzano, ho fatto Firenze, Bienno mi dà il quadro.

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Come si è evoluto il tuo stile dall’inizio ad oggi? Sei cambiato?

Sì, tantissimo! Io all’inizio avevo solo infradito.

E adesso fai borse, ma anche cinture …

Se potessi, le cinture non le metterei neanche fuori.

Ma la cosa che ti piace fare di più?

Quello che vedi addosso alle borse, ma senza la struttura. La decorazione.

Mi piace smontare, attaccare … a volte ci metto anche tre giorni a trovare la soluzione … poi sperimento … guardo, metto lì … mi piace, no, non mi piace … cambio il disegno, poi lo appendo, lo guardo fino a che non mi viene in mente qualcosa…

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In che direzione sta andando il lavoro artigianale?

Che domanda!

Sta andando da qualche parte o è fermo?

È una domandona, eh!

Io sono contento dei risultati, ci metto impegno, sacrificio e quindi penso che, mettendoci impegno e sacrificio, tutto alla fine torna.

Però mi risulta difficile dirti, come sia in generale. Io ci metto la mia energia, un altro ci mette la sua.

Dipende poi dallo stato d’animo delle persone, no? Se tu vieni qui e mi fai delle domande e io sono … aspetta che devo usare una parola diversa da quella, che uso di solito … un po’ scocciato, tu lo senti e quindi tiri dritto! Non ti viene voglia di entrare qui.

Quindi devi essere positivo …

Sì, anche se non è sempre facile, perché hai la stanchezza dietro.

Soprattutto in manifestazioni come queste, che sono molto lunghe …

Tanta gente … la metà andrebbe tagliata …

Sì, immagino …

Però ci vuole pure questa. Io prima mi arrabbiavo, adesso educo. Spiego.

Pensi che la gente apprezzi il lavoro artigianale?

Sì, c’è chi capisce, anche se non tutti. Ma è impossibile, che tutti se ne rendano conto, sarebbe la perfezione. Ci fosse già un 40%, che capisce, sarebbe già buono. 

Per fortuna ci sono eventi come questi, che danno una mano. Adesso il mondo è tutto virtuale, anche i clienti stessi chiedono, se vendo online. Io sono qua oggi, ma la roba che vendo, magari domani non c’è più. E io cosa ti do? Ma poi certi prodotti li devi vedere, toccare. Li devi vivere. Via Internet cosa tocchi?

Ma poi io prendo i soldi, tu hai la tua borsa … finito lì?

Un po’ triste?

Io non sono un commerciante … loro sono abituati a quello, il mondo è così!

Bisogna cambiare la mentalità dunque!

E noi ci mettiamo l’impegno!

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Viki Aldini

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© Federica Redi

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