08 luglio 2017

DINO MACCINI. UN INCONTRO A METÀ

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E pensare che la tecnica del mosaico – a quanto racconta Leon Battista Alberti – è nata per caso!

Sì, per caso.

Per riempire un vuoto, per rimediare ad una dimenticanza, per rendere perfetta un’opera, che proprio così perfetta non era, perché nell’ornatissimo tempio di Efeso il pavimento era rimasto nudo e negletto. Nessuno aveva pensato ad abbellirlo.

Finché un qualche architetto, sulla cui identità lo stesso Alberti pare incerto, per coadornare e per variare el pavimento dagli altri affacciati del tempio, tolse que’ minuti rottami rimasi da’ marmi, porfidi e diaspri di tutta la struttura, e coattatogli insieme, secondo e’ loro colori e quadre compose quella e quell’altra pittura, vestendone e onestandone tutto el pavimento.

Da allora l’arte del mosaico di strada ne ha fatta tanta, dando vita ad opere immortali, rendendo celebri città e monumenti, arrivando a diventare, oggi, il mezzo espressivo prediletto da artisti di fama internazionale.

Nonostante questo, però, il profano, il non addetto ai lavori, continua a collegare il mosaico ai fasti del passato, retaggio questo di una cultura scolastica, che ben poco spazio dà all’arte moderna e contemporanea, soprattutto in ambiti così specifici.

È per questo motivo, che la mia visita alla Mostra Mercato di Bienno, edizione 2016, ha rappresentato un’occasione irripetibile per andare oltre questa lacuna, riuscendo ad ammirare da vicino le opere di uno dei più noti mosaicisti italiani, Dino Maccini.

Già pittore esperto, nel momento in cui si appassiona al mosaico, approfondisce a Ravenna, centro internazionale dell'arte musiva, tutte quelle tecniche, che saranno poi alla base dei suoi lavori più tradizionali, ma anche il punto di partenza verso una sperimentazione sempre nuova, che lo porterà a realizzare opere astratte di forte impatto e spettacolari complementi d’arredo.

Vedere i lavori di Dino Maccini senza Dino Maccini non era esattamente nelle mie previsioni, perché – e i nostri lettori lo sanno benissimo – a noi di Vite a regola d’arte piace molto il contatto diretto con l’artista, ma quel giorno a custodire i preziosi mosaici c’era Daniele, figlio di Dino e pure lui mosaicista, che con evidente timidezza ha risposto alle mie domande.


Daniele, visto che tuo padre non è qui, ti andrebbe di rispondere alle domande, che ho preparato per lui?

Sì, dai, ci provo.


Quando avete deciso di diventare mosaicisti? Come è nata questa passione?

Mio papà ha cominciato una decina di anni fa. Prima dipingeva per passione, poi ha cominciato con piccole cose in mosaico, in seguito ha fatto la scuola di Ravenna e ha capito, che quella era la sua strada e quindi si è dedicato esclusivamente ai mosaici.

Io, invece, mi sono aggiunto più tardi, qualche anno fa, ed ho seguito le sue orme.

Adesso lavoriamo insieme.

02Un’arte antichissima quella del mosaico, che viene portata avanti da moltissimi artisti contemporanei. Nelle vostre opere c’è più tradizione o più innovazione?

Diciamo che è un mix delle due cose.

Il nostro stile è quello romano-bizantino, per cui quello di mille anni fa, quello classico, però viene interpretato in maniera molto moderna.

Abbiamo dato, come puoi vedere, tridimensionalità al mosaico e facciamo opere astratte, che il mosaico classico di sicuro non prevedeva.

03Quali sono i materiali, che utilizzate per le vostre opere? E, per noi non esperti, c’è un materiale che è più adatto ad un certo tipo di opera oppure è l’estro dell’artista che sceglie?

Noi usiamo principalmente pasta di vetro o marmi, che poi vengono combinati anche con altri materiali, tipo pietre o legno, anche se il legno viene usato perlopiù come decorazione.

04Le vostre opere spaziano dal mosaico contemporaneo a quello religioso al ritratto. Realizzate, inoltre, sculture e complementi d’arredo. Quale tipo di opera vi stimola di più e vi dà maggior soddisfazione?

Noi preferiamo decisamente l’astratto, perché è quello, che ci lascia più libertà di interpretazione, sia nell’uso dei materiali sia nella scelta delle forme.

Poi, soprattutto per i lavori su commissione, spaziamo un po’ ovunque.

05Quali sono i passaggi  fondamentali della tua evoluzione artistica?

Personalmente ho iniziato proprio da zero ed ho iniziato in mancanza di un altro lavoro, poi piano piano ho fatto piccole cose, arrivando poi a lavori più impegnativi.

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Qual è l’opera alla quale ti senti maggiormente legato e perché?

È molto difficile scegliere, perché ne abbiamo fatte veramente tante, però una alla quale ci siamo dedicati molto è un’opera di grandi dimensioni, che si trova in un ufficio a Milano.

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Quali sono state le maggiori difficoltà nel far conoscere e far apprezzare la tua arte e quali sono in genere quelle, che può trovare un giovane artista?

Le difficoltà ci sono.

Una fiera come questa, dove c’è un certo afflusso, aiuta, ma non è così dappertutto. Non sempre si ha la visibilità sperata.

Ci sono poi problemi di costi e di tempo.

Girate tanto in Italia?

Vorremmo, però non è sempre semplice, perché se ci sono lavori in corso non si può partecipare anche alle fiere, no? E se non c’è lavoro, non ci sono neppure i fondi per partecipare alle fiere (ride).

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Il mosaico tra arte ed artigianato. Ti senti più artista o più artigiano?

Noi ci sentiamo artisti! Anche se, naturalmente, nelle nostre opere c’è una buona parte di artigianato, perché per fare i supporti o per tagliare il materiale serve anche manualità.

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Mi pare ci sia un rinnovato interesse per la produzione musiva e lo dimostrano manifestazioni importanti come Musiwa. È un fenomeno di élite oppure la gente normale, i non addetti ai lavori, apprezzano?

Direi che apprezzano tutti, anche i non addetti ai lavori.

Ti dirò di più. C’è gente, che poi, viste le opere, vuole anche provare, mettersi in gioco. Noi teniamo dei corsi in laboratorio, che attirano molte persone. C’è parecchio interesse.

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Il biologo e filosofo Jean Rostand ha detto Tutta la diversità umana è il prodotto della varietà quasi infinita delle combinazioni di geni … Noi siamo un mosaico originale di elementi banali. Sono così anche le vostre opere? Cioè piccoli elementi senza significato possono dar vita a combinazioni pressoché illimitate?

Sì, certo. Il significato del mosaico è proprio quello: piccole tessere, che da sole sono niente, ma che messe insieme riescono a formare un’immagine, dando un’emozione.

Del resto il mosaico, visto da vicino, non rende. Bisogna vederlo ad una certa distanza e nel suo insieme.

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Dino Maccini

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© Federica Redi

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