11 agosto 2017

EVA DUB. TRA TRASFORMAZIONE E TRADIZIONE

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Non è stata un’intervista pianificata. Anzi, non è stata proprio un’intervista.

È stata semplicemente una coincidenza, di quel genere, che ti spiazza proprio, ma che rende estremamente interessanti le peregrinazioni di noi di Vite a regola d’arte.

Lei era lì, io ero lì, non per Lei, ma ero lì.

Anche Lui era lì e per quel Lui – che poi è pure il suo Lui – io ero arrivata, un filino più preparata, su quella via di Bienno.


Esponevano nello stesso posto. Ed io non lo sapevo.

Portavano avanti un progetto comune e io non sapevo neppure questo.

A dirla tutta io, di Lei, non sapevo un bel niente.

Non l’avevo neppure mai sentita nominare.


Quando Lui, a microfono spento, mi ha detto Vieni dentro a vedere! Ti mostro quello, che abbiamo fatto insieme, io non ho potuto esimermi dall’andare a curiosare, scoprendo così il mondo di Eva Dub.

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Mi racconti chi sei e di cosa ti occupi?

Il mio nome è Eva Polini, ma il mio nome d’arte è Eva Dub.

Mi occupo di moda da sempre. Sono alla terza generazione, nella mia famiglia, che porta avanti questa tradizione. Mia nonna e mio nonno paterni, toscani, erano i sarti del paese, tutti i loro sei figli hanno fatto lo stesso mestiere ed io, oggi, sono l’unica ad aver continuato per questa strada.

Quindi una strada già segnata?

In realtà ho fatto di tutto per non fare questo lavoro (ride).

Come mai? Una ribellione?

Sicuramente per una forma di ribellione, ma ho fatto anche tante altre esperienze, bellissime peraltro, anche se poi il cuore mi ha riportato qui.

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Quali sono i punti di forza della tua produzione?

Sono nata all’interno di una sartoria, pertanto ho acquisito l’amore e la cura dei particolari, un certo gusto per la scelta dei tessuti. Do grande importanza ai tessuti di qualità.

Cerco anche di fare della ricerca, proponendo modelli innovativi, non tralasciando, però, i modelli più classici.

Mi piace stupire le persone.

E come?

Creando capi trasformabili, indossabili in modi diversi, adattabili a situazioni differenti.

Amo molto, poi, il gioco della reversibilità.

Fammi qualche esempio …

Ad esempio quella gonna … è uno degli ultimi modelli, che ho fatto, e per il momento si può mettere in sei modi diversi. Ha un gioco di lacci, di forme, che permette tutto questo. Oltretutto è pure reversibile …

Per il momento?

Sì, sto cercando di portare a termine la sfida, per creare undici trasformazioni, undici vestibilità diverse! 

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Quando e come nasce questo interesse per la trasformazione?

Questo deriva, senza dubbio, dalla mia esperienza di teatro. Ho fatto sia l’attrice che la costumista in una compagnia di teatro di ricerca.

Teatro sperimentale?

No, non esattamente. Il teatro di ricerca va oltre il teatro sperimentale.

Cioè?

In questo tipo di teatro persino un oggetto in scena può trasformarsi in un personaggio. Può avere molteplici funzioni.

Ho applicato questo meccanismo anche nell’abbigliamento. Cerco, quindi, di rendere sempre possibile una trasformazione, perché – come si dice? - nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma

Con gli anni, poi, cerco di migliorare. Coltivo i miei modelli, cerco di farli evolvere.

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Difficile, allora, creare questi modelli?

Non in modo particolare. I miei capi sono originali, ma sono in fondo estremamente semplici.

Quando, poi, mi trovo in difficoltà, se devo realizzare cose più complicate, ad esempio un capo spalla, chiedo aiuto a mio padre. Lui è un cartamodellista, è stato un cartamodellista importante, ha lavorato per Armani, per Ferré … ho a disposizione un grande maestro!

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Parlami del tuo progetto con Viki …

È la novità di quest’anno, abbiamo creato una collezione insieme, Hilltribes Collection. Si ispira ad alcune etnie, ad alcune tribù, che vivono nel Sud-Est Asiatico. Noi ne siamo letteralmente innamorati.

I Hmong sono un’etnia del Sud della Cina, ma adesso si trovano anche in Birmania, Laos e Vietnam. Sono una minoranza etnica, che non è riconosciuta, non hanno ad esempio accesso all’istruzione o alla sanità.

Amiamo moltissimo i loro manufatti antichi, loro li smontano e li vendono per sostenersi.

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Questi, ad esempio, li abbiamo acquistati nel nord della Thailandia. Alcuni pezzi sono veramente antichi, altri sono semplicemente usati. In ogni caso si portano dietro tutta una storia, che è davvero molto interessante. Quando li ho comprati, avevano ancora l’odore del fuoco. Mi è dispiaciuto lavarli, è stato un po’ come perdere parte della loro identità. Del resto è un’operazione, che devo per forza fare prima di applicarli sui miei tessuti.

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In questa collezione, che abbiamo appunto creato insieme, questi manufatti tradizionali vengono usati per decorare i miei abiti e le borse di Viki.

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Trasformazione e tradizione, dunque, due aspetti, che caratterizzano tutta la produzione di questa giovane e poliedrica stilista.


Abiti che mutano, che si adattano, che cambiano forma a seconda delle esigenze.

Double-face, che si rovesciano, modificando completamente il loro aspetto.

Capi estremamente versatili, che possono essere mantella o cappotto, abito o gonna, che sono lunghi o corti, che si appoggiano o si fissano, che vestono, in quanto taglia unica, corporature differenti.

Vestiti in movimento.

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Il movimento, che tanto affascina Eva Dub e diventa parte integrante della sua produzione, deriva da uno studio approfondito dell’estetica futurista, che esaltava la dinamicità, la multifunzionalità, che si ribellava ad ogni forma di immobilismo.

La letteratura esaltò fino ad oggi l’immobilità pensosa, l’estasi ed il sonno.

Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno.

(Filippo Tommaso Marinetti, Manifesto del Futurismo)

E che promuoveva l’italianità con l’uso di parole, spesso bizzarre, ma dal sapore certamente molto patriottico.

Con questa medesima ottica Eva Dub ha creato una sorta di branda viaggiante, La Brandinamo®, il cui nome non nasce certo per caso, che con gli stessi meccanismi di trasformazione continua diventa, a seconda delle esigenze, branda, cuscino, arazzo da parete, testiera del letto, ma anche poggiatesta o copripiumone e, combinandosi con una o due altre Brandinamo®, si può trasformare in letto matrimoniale o a tre piazze, divano o, addirittura, separé.

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L’amore per la tradizione, invece, si concretizza in maniera evidente nell’African Collection.

Nata in Uganda nel 2009, in collaborazione con un’organizzazione no-profit, la Fondazione Corti, si inserisce in un progetto di sviluppo sociale, che cerca di aiutare donne africane reduci della guerra civile.

I tessuti di questa collezione, che sono realizzati a mano dalle donne Acholi, si portano dentro tutto il colore e la magia dell’Africa, il legame con una terra martoriata dalla guerra, che cerca di rinascere, lo stile tipico di un popolo, che, forte delle proprie tradizioni, vuole comunque guardare avanti.

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Una meravigliosa scoperta, Eva Dub.

Una delle tante, magnifiche, intense, speciali, che ho avuto la fortuna di fare all’edizione, ormai lontanissima, della Mostra Mercato di Bienno 2016.


Eva Dub

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© Federica Redi

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