01 agosto 2017

GIANLUCA PAVARINI. IL FOTOGRAFO DEGLI ARTISTI

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Le fotografie erano esposte lungo le vie del borgo, impossibile non notarle.

Presenze silenziose, accompagnavano i visitatori nel loro peregrinare, ricordando ciò che era stato e che era ancora.

Uomini o donne, protagonisti di una vita ispirata dall’arte e dall’artigianato, sospesa fra tradizione e sperimentazione, totalmente immersa nella materia, erano loro il cuore pulsante di quel luogo incantato.

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Erano state le loro idee e la loro maestria il motore di Bienno e della sua Mostra Mercato.

Il loro ingegno e la loro creatività avevano vivificato botteghe e vecchie cantine, cortili e piazze.

Per questo in molti erano arrivati, arrampicandosi fino lassù, per incontrarli, per vederli all’opera e per acquistare i loro manufatti.

Erano, dunque, parte di un tutto, che andava conservato, raccontato, tramandato.

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A scrivere quest’emozionante storia con tutta l’incisività, che solo un’immagine può avere, un fotografo di Bienno, Gianluca Pavarini, parte integrante del progetto Il Borgo degli Artisti e autore di una serie di scatti, riuniti nel progetto parallelo Materia, finalizzati ad esaltare non solo l’arte e l’artigianato, ma soprattutto chi vi sta dietro.

Ho avuto il piacere di scambiare quattro chiacchiere con lui durante l’edizione 2016 della Mostra Mercato.

Ecco ciò che mi ha raccontato.


Gianluca, che cosa significa essere parte del progetto Il Borgo degli Artisti?

Il Borgo degli Artisti è una bellissima iniziativa del Comune di Bienno. Io fortunatamente sono originario di Bienno …

… quindi hai giocato in casa …

Sì. Sono stato inglobato in questo progetto, che adoro. Sono contentissimo.

Mi piace perché c’è molto ricambio, perché non ci sono sempre le stesse persone, per il fatto che ci sono giovani e perché ognuno porta qui il proprio pezzettino di storia e qui lo lascia.

Ho visto che ci sono cose molto diverse …

Cose molto diverse, che fan sì che la cosa funzioni, anche se mi piacerebbe vedere più partecipazione da parte del paese stesso …

Rimane fuori il paese?

No, non è che rimane fuori. Il paese di Bienno è bellissimo durante la Mostra Mercato, ma poi un po’ si spegne.

Non arrivano persone durante l’anno?

Qualcosina nei mesi estivi. Questo è un posto fuori mano, non di passaggio, ci devi venire per forza. Ecco, forse i tedeschi, che arrivano in moto e che fanno il Passo di Crocedomini …

Comunque è un posto magnifico, io sono rimasta folgorata, ci sono degli scorci incredibili.

Sì, è bello il paese ed è bella la manifestazione, anche se è molto difficile rinnovarla ogni anno.

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Parlami delle foto, che si vedono in giro.

Sto portando avanti un mio progetto parallelo con gli artisti, i loro ritratti.

La mia idea è quella di ritrarre tutti gli artisti, che passano e sono passati da qui, compatibilmente con la mia presenza, io abito a Parigi per gran parte dell’anno, per poi avere il materiale per fare, magari, un libro o altro.

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Che ricordo hai della tua prima macchina fotografica?

La mia prima vera macchina fotografica, quindi una macchina fotografica, che ho comprato per me stesso, è stata una macchina fotografica già dell’era digitale.

Quindi recentemente?

Sì, nonostante l’aspetto … vabbè ho 35 anni …

Subito dopo la maturità, ho iniziato a fare ingegneria, però ero innamorato della fotografia e con i lavoretti dell’università mi sono comprato la prima macchina fotografica, che era appunto uno dei primi modelli digitali.

Ricordo l’ossessione del mezzo, che c’era all’inizio. Quando si compra una macchina fotografica – e soprattutto ultimamente parecchi ci rimangono sotto a questa cosa – si sbatte la testa ovunque per cercare il mezzo migliore, quando invece la macchina fotografica dovrebbe essere vista semplicemente come uno strumento, che aiuta a dire qualcosa. Io provengo da una famiglia assolutamente ignorante in materia di fotografia, la passione è proprio solo mia. Al contrario di molti, quindi, che magari hanno ricevuto la macchina fotografica dal papà e dalla mamma, il mio primo approccio era stato di snervarmi a capire, quale fosse la migliore.

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Quali sono i tuoi soggetti preferiti e per quale motivo?

Allora … i miei soggetti preferiti … beh, innanzitutto nelle mie fotografie è fondamentale, che ci sia la figura umana.

Qualunque figura umana, in qualunque modo – sia una silhouette, sia una persona piccolissima – a me, ma penso anche a chi guarda le mie fotografie, fa pensare alla storia stessa di quella persona. Perché si trova lì in quel momento? Perché proprio in quel contesto? Si può, quindi, fantasticare e viaggiare un po’ con la curiosità.

je suis charlie rassemblement republique paris

Pensi sia più importante avere una bella foto da un punto di vista formale oppure una foto che abbia e sappia trasmettere un certo contenuto?

Non c’è gioco, perché la fotografia non deve essere perfetta.

Ci sono delle regole in fotografia, che possono essere applicate, ma ci sono anche le eccezioni, che confermano le regole.

Ad esempio il mosso, quando c’è movimento … io l’adoro! Se vedo le persone ballare … secondo me la fotografia di una persona, che balla, deve essere per forza mossa, perché deve rendere il movimento. Una cosa dinamica si deve muovere anche in fotografia, a meno che, certamente, non si voglia ottenere un altro risultato.

Per me la fotografia deve essere sporca

Allora ho un futuro pure io …

Probabile!

tree long exposure photography by gianluca pavarini

Bianco e nero o colore? Dovessi scegliere, quale butteresti giù dalla torre e perché?

Colore. Salvo il bianco e nero per il mio percorso personale, perché, sempre ritornando alla figura umana, amo tantissimo il reportage, soprattutto il reportage sociale, che è nato praticamente in bianco e nero.

A partire da Cartier Bresson molti sono i fotografi, che hanno lavorato e ancora lavorano solo quasi esclusivamente in bianco e nero. Trovo che il bianco e nero aiuti a guardare meglio la fotografia, nel senso che non c’è la distrazione del colore.

Bada più alla sostanza?

Sì, sì. Va anche detto, comunque, che per molte persone la foto a colori arriva prima.

Questo non significa, però, che una foto a colori ben fatta sia più semplice. Anzi! Una foto a colori deve essere pesata benissimo. Se, ad esempio, ho un punto rosso, che riguarda un qualcosa, che non voglio dire, però l’occhio mi continua ad andare sopra, significa che la fotografia è sbilanciata.

Però bianco e nero … bianco e nero tutta la vita per me (ride) … a pellicola ancora meglio!

New york city museum people reportage gianluca pavarini photographer

Allora … fotografia analogica verso fotografia digitale. Chi vince? Anche se hai già parzialmente risposto …

È un mezzo, secondo me non c’è una vittoria.

Sì, ma quale preferisci?

Il digitale è più comodo ed è di più facile accesso, perché dopo, sai, per fare buone fotografie ci vuole ben altro. Non dipende dal fatto che la macchina sia digitale o meno.

Con la pellicola si era un momentino meno ossessionati dallo scattare tutto e tutti. Adesso si scatta qualunque cosa. Si punta più alla quantità, che alla qualità. Io scatto tutto, poi una buona la tiro fuori. No, non funziona così!

Io sto a Parigi da un paio d’anni. All’inizio, i primi mesi, giravo e scattavo parecchio, poi ad un certo punto mi sono quasi annoiato, erano quasi sempre le solite foto. Allora mi sono ripreso la mia macchina a pellicola, scattando circa dieci foto a settimana e ho ritrovato un altro approccio.

Nel rapporto con la fotografia io preferisco la pellicola, parlo proprio di rapporto personale. Non è solo questione del risultato, che ovviamente è diverso. La pellicola è …

Più intima?

Sì, esatto. Non per questo, comunque, non scelgo il digitale. Il digitale è comodo e oggi va per la maggiore.

Anche per una questione di costi? Io mi ricordo, quando ero piccola, che stampare le foto costava parecchio.

Ah, pure adesso! Anzi ora costa pure di più, perché se scatti a rullo è difficile trovare il laboratorio, che sviluppa le foto.

Poi come vuoi fare? La vuoi stampare come si deve con l’ingranditore in camera oscura? Oppure scansionando il negativo, come fanno adesso? E quindi non è più fotografia analogica …

Alla fine, secondo me, ciò che conta è il risultato.

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Quanto conta l’istinto per fare una buona fotografia e quanto, invece, conta la tecnica?

Allora … la tecnica è la base, è come sapere leggere. Quindi bisogna partire dalla tecnica.

Io non sono fotografo, perché conosco la tecnica, nessuno è uno scrittore, perché sa scrivere il proprio nome. Io sono fotografo, perché, siccome ho acquisito la tecnica, inizio a fare qualcosa tramite questa tecnica.

L’istinto … non lo definirei propriamente istinto, ma lo definirei più come un saper leggere la situazione, il saper prevedere, magari, ciò che succederà. Ci sono stati grandi fotografi, che semplicemente passeggiando, notavano una qualche cornice giusta per una certa foto. Si mettevano lì ed aspettavano …

Nuit Debut place republique paris

Roland Barthes ha detto Ciò che la fotografia riproduce all’infinito ha avuto luogo una sola volta: essa ripete meccanicamente ciò che non potrà mai più ripetersi esistenzialmente. Pensi che a distanza di tempo la stessa immagine possa comunicare messaggi diversi oppure rimane sempre uguale a se stessa?

Allora, partendo dal fatto, che ogni individuo, che guarda un’immagine, ha una propria lettura di quell’immagine … la fotografia è un attimo, che rimarrà per sempre quello!

Il come lo si legge, però, potrebbe cambiare. Guardando oggi una fotografia di cento anni fa, si prova sicuramente un’altra emozione rispetto a quel tempo lontano. Se io scatto una foto adesso, ad esempio, ad un signore seduto in una piazza, fra cento anni non vedrò solo quel signore, ma noterò come era vestito, noterò come il paesaggio da allora è cambiato, le automobili, che giravano …

La foto rimane, dunque, la stessa, ma l’approccio è diverso.

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Gianluca, hai voglia di raccontare le fotografie, che ci sono qui esposte oggi?

Sì, certamente.

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Gianluca Pavarini

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© Federica Redi



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