09 agosto 2017

LE ARMATE DI ARMADA ART

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Eserciti schierati, ecco cosa sembravano.

Guerrieri verso la battaglia finale. Nulla da perdere, tutto da guadagnare.

Volti tesi, sui quali rabbia, paura e orgoglio disegnavano le forme del destino.

Le vite e i ricordi, gli affetti e le speranze, dentro di loro, custoditi nei labirinti del cuore.

Niente più passato, forse nemmeno un futuro.

Solo il presente. Oggi. Sempre.

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Uscite da un libro di storia, da antiche saghe o arrivate da altri mondi, figlie dei sogni, degli incubi o semplicemente della fantasia di un abilissimo artigiano, le armate di Gianmarco Fontana erano lì, quel giorno a Bienno, come in attesa degli eventi.

Su uno scenario cupo, forse un po’ inquietante, ma non per questo meno suggestivo, si apprestavano a scrivere le loro storie, trascinando lo spettatore in un vortice di emozioni.

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Armada Art è il brand creato, circa tre anni fa, da un ragazzo giovanissimo, Gianmarco appunto.

Le collezioni create da questo abilissimo artista, che preferisce definirsi artigiano, ma la cui maestria si eleva sicuramente al rango di arte, raccolgono un numero incredibile – un vero esercito – di gioielli realizzati prevalentemente in argento, modellando la cera a mano libera.

Animali, ritratti famosi, fiori, teschi, ma anche escursioni nel mondo michelangiolesco, nelle atmosfere giapponesi, nelle suggestioni cinematografiche. Tutto questo – ma anche molto di più – è Armada Art.

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Ecco cosa mi ha raccontato Gianmarco alla Mostra Mercato di Bienno, edizione 2016.


Leggo che già da piccolo eri un creativo. Pensi che senza l’appoggio dei tuoi genitori la tua creatività sarebbe esplosa comunque? In altre parole creativi si nasce o si diventa?

Allora … creativi si diventa e sicuramente l’influenza positiva dei genitori è fondamentale.

Parlando di mio padre … lui è sempre stato un artista. Fin da ragazzino, comunque nell’età adolescenziale, è stato pittore, scultore, falegname … ha fatto veramente di tutto. Una personalità poliedrica nell’ambito di arte ed artigianato.

Anche mia madre, comunque, ha sempre avuto una vena artistica - ricordo le costruzioni, che facevo da bambino, con la cartapesta – è stata sempre piuttosto innovativa e mi ha permesso, grazie al suo costante aiuto, di migliorarmi e sicuramente di portare avanti questa passione: inizialmente solo disegno, poi pittura di miniature, in seguito pittura con la tempera e ad olio.

Nella prima parte della mia vita l’evoluzione è stata lenta. Negli ultimi anni, invece, ha subito un’accelerata.

Grazie all’odontotecnica – il lavoro, che mi ha permesso di vivere per qualche anno – ho potuto conoscere nuove tecniche, che mi hanno permesso di modellare quello, che faccio ora.

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Armada Art. Perché hai scelto questo nome per il tuo brand e cosa vuoi comunicare con questa scelta?

In realtà è una scelta piuttosto casuale. È il soprannome, che mi veniva dato qualche anno fa dagli amici, è la storpiatura del mio soprannome originale, Giamma, che prima è diventato Armada Giamada e poi è diventato Armada e …

Ti sei affezionato …

Sì, mi sono affezionato, esattamente! Ho voluto mantenere questo nomignolo, perché ho un rapporto piuttosto stretto con i miei amici, ho una compagnia piuttosto stabile e quindi ho voluto ricordare nella mia attività questo aspetto importante della mia vita privata.

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Italo Calvino ha detto La fantasia è come la marmellata, bisogna che sia spalmata su una solida fetta di pane! Sei d’accordo? Conta più la preparazione o l’estro personale?

Contano entrambi, anche se, secondo me, conta più di tutto umiltà.

Non bisogna mai sentirsi arrivati, mai sentirsi migliori. Bisogna sapere, che c’è sempre qualcuno più bravo di noi. E questo è sicuramente il motivo, per il quale ci vuole preparazione, costante applicazione, studio della teoria e delle tecniche.

La base, la preparazione è il monolite, che tiene in piedi un artigianato, che solo con quella può avere un futuro roseo.

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Lavorare su commissione stimola la creatività oppure la limita? Quanto è importante l’interazione con il cliente?

È importante! Io lo sto imparando.

Io sono più artigiano che businessman, che ambasciatore del mio prodotto. Andrea, che è il mio collaboratore e il mio migliore amico, gestisce meglio di me questo aspetto, perché sa relazionarsi molto meglio. Io sono anche un po’ orso (ride). Mi vedo più rintanato a modellare i miei lavori. Però, ecco, come dicevo, sto imparando ad interagire.

È fondamentale nel mio lavoro, perché il lavoro finito lo faccio io, ma il 50%, forse il 60%, lo fa anche l’interazione e il modo, con cui ci si rapporta con il cliente. Nel momento in cui presenti un certo prodotto con passione, già riesci a inculcare nel cliente questo sentimento e questo è senza dubbio positivo. Se lui si appassiona, poi probabilmente è portato anche ad acquistare.

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Ti sei mai trovato in  difficoltà nell’esaudire le richieste di un cliente ed eventualmente perché?

In realtà no! Anche perché, quando trovo un soggetto difficile da realizzare, mi sento ulteriormente stimolato. Quando mi propongono un soggetto, che non ho mai realizzato è una sfida nuova. Mi rimbocco le maniche e avanti! Non bisogna mai fermarsi e, tornando al discorso dell’umiltà, è anche un modo per migliorarsi. Sennò non si va da nessuna parte.

Mi è stato chiesto, un paio di volte, di fare delle effigi di personaggi politici, ma è un tipo di lavoro, che di solito preferisco evitare. Ognuno ha assolutamente le sue idee, la libertà è un qualcosa di assolutamente fondamentale, ma …

È un lavoro che non ti esalta?

No, è che, non conoscendo la persona, non so poi con quale intelligenza si faccia fare questi oggetti. Mi hanno chiesto la tartaruga di CasaPound o il busto del Duce. Io rimango neutrale, ma certi oggetti si portano dietro tutta una serie di significati. Se mi chiedessero di fare effigi, simboli dell’estrema sinistra, non cambierebbe nulla e lo dico per par condicio! Penso che l’arte debba essere lasciata all’arte senza implicazioni.

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Progettazione, modellazione, fusione e rifinitura. Quale di queste tre fasi della lavorazione è la più delicata e per quale motivo?

La più delicata è sicuramente la fusione, perché ci sono passaggi, che devono essere fatti, seguendo un metodo preciso, di conseguenza non si può proprio sbagliare! Sono procedimenti tecnici, ecco! Ho delle tempistiche da seguire, delle temperature da mantenere, dei programmi sulle macchine, che utilizzo, che non possono cambiare. Nella fusione bisogna essere molto fiscali.

Ho un po’ di margine in più nella modellazione, perché è un procedimento più artistico, che permette di commettere qualche errore riparabile.

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Quattro collezioni molto particolari le tue. Direi non per tutti. Qual è il tuo cliente tipo? Che genere di persone acquista i tuoi gioielli?

Anzitutto, quest'anno abbiamo dodici collezioni …

Io mi sono affidata al sito, eh!

(ride) Sì, lo dobbiamo aggiornare … non lo stiamo seguendo benissimo, siamo troppo impegnati con altre cose.

Comunque … dodici collezioni … sono tante.

La clientela ormai è diventata abbastanza eterogena, nel senso che abbiamo dalla signora di sessant’anni, che apprezza il soggetto floreale …

Ah, vedi? Io ero rimasta ai cantanti e ad altre cose molto particolari …

Sì, vero, adesso però ci sono soggetti, che sono molto più alla portata, vedi la serie degli animaletti domestici … in realtà siamo molto versatili.

Quindi hai aperto gli orizzonti …

Sì, rispetto all’anno scorso, decisamente sì! Ero a Bienno anche l’anno scorso, sempre nel medesimo posto … M34 … avevamo animali, ciondoli induisti, ritratti, teschi …

Beh, se non sono particolari questi!

I teschi … sì, lo sono. Il teschio interessa il biker, il ragazzo giovane – ragazzi e ragazze senza distinzione – sono soggetti un po’ più cattivelli. Quest’anno abbiamo voluto ampliare … Michelangelo Buonarroti, Star Wars, i fumetti giapponesi …

La nostra clientela parte dai 6/7 anni … i fanatici di Dragonball … ieri, ad esempio, un ragazzino è stato tutto il tempo a guardare il ciondolo del Maestro Yoda … per arrivare alla signora di una certa età, che apprezza i ciondoli induisti. Abbiamo una clientela poliedrica. Son persone …

Giovani e scattanti?

Giovani e scattanti di mentalità, certo! Comunque la fascia media della nostra clientela è tra i 30 e i 45 anni.

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Ti senti più artista o più artigiano? Avevi in parte risposto …

Artigiano! Artista ti può definire solo lo spettatore. Dalla sua prospettiva.

L’arte provoca emozione, ma non necessariamente positiva. Io vedo un quadro di Van Gogh e mi emoziono, se vedo De Chirico … mah ... non rimango indifferente, ma non mi piace in modo particolare. L’indifferenza è la cosa peggiore. L’arte, in positivo o in negativo, deve esprimere qualcosa.

Io mi definisco artigiano, perché … io sono la manovalanza, sono quello che crea concretamente.

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Qual è stata la maggiore difficoltà, che hai trovato per trasformare la tua passione in un lavoro?

Forse inserirmi nel mercato odierno della gioielleria con un prodotto molto particolare.

L’impegno è stato notevole, anche in termini economici, perché molti sono gli ambiti da considerare. Solo venire qui ha richiesto una grande preparazione.

Comunque sono dieci giorni …

Sì, esatto, non sono pochi. Devi avere tante cose pronte e, in ogni caso, devi dare sempre un input positivo ai clienti, sennò l’anno seguente mica si ricordano di te. Quest’anno molti sono tornati, perché sono rimasti abbagliati dal prodotto. Noi comunque cerchiamo sempre di essere affabili nei modi. Amiamo raccontarci …

Beh, questo è molto importante!

Sì, alla gente piace.

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Che cosa significa partecipare ad eventi importanti quali la Mostra Mercato di Bienno? Un punto di arrivo o un punto di partenza?

Un punto di partenza sicuramente! Ma non perché non sia valida, eh! La Mostra Mercato di Bienno ha un livello di artigianalità veramente alto.

Un punto di partenza, perché tornando al discorso di prima, non si è mai arrivati, quindi partecipare ad altri eventi, magari altrettanto validi, non solo in Italia, ma anche all’estero, è fondamentale.

Spero un giorno di riuscire ad avere una nostra cerchia di clienti, che apprezzino il nostro lavoro, anche grazie agli eventi, cui partecipiamo. Bisogna, cioè, non commettere l’errore di partecipare sempre alle solite manifestazioni, non bisogna legarsi troppo. Bisogna continuare ad aprire nuovi orizzonti. Il nostro è un prodotto di nicchia, bisogna far sì, che la gente si interessi.

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© Federica Redi

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