14 settembre 2017

ROSSORAMINA. LA BELLEZZA DELLA SEMPLICITÀ

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In un momento, in cui l’apparire conta più dell’essere e in cui la sostanza viene spesso offuscata dal superfluo, colpiscono con tutta la forza della semplicità le ceramiche di RossoRamina.

Semplici, ma per nulla banali, raffinate senza ostentazione, naturalmente colorate, le creazioni di Stefano Gambogi e Federica Cipriani raccontano storie delicate, che paiono uscite da un libro di favole per bambini.

Non si notano, passando, si apprezzano da vicino, osservandone i dettagli, sfiorandone le superfici.

La loro è una bellezza discreta e per questo più apprezzabile.


RossoRamina è specializzato in collezioni per la tavola, in complementi d’arredo, in lampade di vario genere. Tutti oggetti disegnati e prodotti da questi due giovani artigiani, che hanno saputo farsi apprezzare non solo in Italia, ma anche all’estero.


Li ho incontrati, giusto un anno fa, a Kreativ Bolzano.

Volete sapere, che cosa mi hanno raccontato?

Anzi, che cosa mi ha raccontato Federica, che ho interrotto senza pudore, mentre si stava gustando un gelato.

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Mi racconti, perché avete cominciato a fare ceramiche? Quando è nata la vostra passione?

È un qualcosa, che c’è da sempre, perché tutti e due abbiamo fatto studi artistici. Il mio compagno ha fatto l’istituto d’arte ed io il liceo artistico a Lucca. Poi lui ha fatto scultura a Carrara e io pittura a Firenze, all’Accademia di Belle Arti.

Poi ognuno ha fatto il suo percorso: io ho lavorato nei cantieri, nel restauro, e lui ha iniziato una scuola di un anno a Montelupo Fiorentino, dove ha imparato a lavorare al tornio. Ci siamo conosciuti dopo, io ho comprato una brocca …

La brocca galeotta?

Sì, esatto. Era uno dei suoi primi mercati, che faceva per vendere le sue cose.

Nel contempo io ho lasciato il mio lavoro per poter lavorare insieme. Lavoriamo insieme dal 2008.

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Voi siete una coppia anche nella vita. Due creatività a confronto dunque! Quali sono i vostri ruoli? Siete mai in conflitto creativo?

Ce lo chiedono in tanti, ma direi di no, perché siamo complementari. Lui, arrivando dalla scultura, realizza la forma e io decoro. Lui è il braccio ed io la mano. Lui fa la parte più pesante, più fisica.

E non vi trovate mai in disaccordo su qualche realizzazione?

Raramente, perché ognuno porta avanti il suo lavoro. Magari più nella vita privata (ride).

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Quale fase del vostro lavoro risulta più stimolante e perché?

È molto stimolante, quando vediamo, che le nostre cose piacciono. Quindi quando abbiamo un riscontro reale.

Poi l’idea! Quando in ognuno di noi germoglia un’idea e poi la elaboriamo insieme.

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Quali sono le caratteristiche dei materiali, che usate? Che tipo di ceramica prediligete?

Essendo di Lucca, usiamo la terra di Montelupo Fiorentino, terra rossa e terra bianca. È adatta per la stoviglieria, che è il nostro prodotto di punta.

Comunque maiolica, facciamo la maiolica.

La cuociamo attorno ai 1100° e questo la rende un pochino più resistente rispetto alla maiolica classica.

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Qual è il pezzo più complesso, che avete creato?

Accade, in genere, quando progettiamo per gli altri cose un po’ grosse. Ad esempio noi ci occupiamo anche di illuminazione, per cui, quando ci chiedono di progettare l’intera illuminazione di una casa. Dobbiamo capire quale sia la luce giusta, andando incontro alle esigenze del cliente.

Purtroppo la ceramica, a volte, in forno fa brutti scherzi, delle cose si rompono … capita quindi di essere in ritardo sulle scadenze.

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Le grandi tradizioni dell’arte ceramica non industriale sono orientali. Vi è mai capitato di attingere a quel patrimonio?

Noi siamo stati fortunati, perché abbiamo cominciato l’attività proprio con una grossa commissione dal Giappone. Abbiamo lavorato con una canale televisivo ed abbiamo fatto delle collane in ceramica. Siamo stati molto apprezzati dai Giapponesi e tuttora c’è un negozio in Giappone, che vende le nostre cose.

Una nostra collezione, comunque, è ispirata proprio ai tessuti giapponesi, anche se i colori sono prettamente occidentali. Infatti i Giapponesi, quando vedono quella linea – mi hanno riferito – non ci si riconoscono molto.

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Chi sono, invece, i maestri occidentali, che sono per voi un riferimento?

Per quel che ci riguarda, forse, sono più i maestri della scultura che della ceramica. Stefano è sempre stato un appassionato di Vangi, ma in generale degli scultori figurativi italiani. Io provengo dalla pittura e dall’incisione, per cui ho trasferito nella ceramica gli insegnamenti dei maestri di queste arti, in modo da ottenere un segno molto pulito, molto grafico.

Poi, per carità, ci sono molti colleghi ceramisti, che ci piacciono molto.

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Oggi, nel design da collezione, si riscopre il piacere del fatto a mano. Una strategia di mercato oppure una maggiore coscienza del valore di questo tipo di produzione?

Entrambe. Mi auguro soprattutto maggior coscienza. Del resto, anche alle fiere come questa, c’è un tentativo di rilanciare il fatto a mano, l’handmade.

Nel nostro piccolo siamo contenti, perché tutta questa crisi ha risvegliato un po’ di coscienze, perché veramente ci siamo riempiti di cose brutte. Vero che la crisi è tosta, ma almeno c’è una gran selezione! Meglio poco, ma buono. Tutti, in realtà, cercano la qualità, ma poi non sono disposti a spendere. E, in ogni caso, non tutti la riconoscono.

Noi lavoriamo tanto con gli stranieri, perché un po’ non sono abituati a certi prodotti e un po’ capiscono di più il valore degli oggetti. I Giapponesi, ad esempio, quando toccano una ceramica, la toccano davvero! Gli Europei guardano, osservano, ma non toccano. Spesso non hanno per la tavola un servizio artigianale, no?

Beh, è un po’ raro …

Però qualcosa sta cambiando … noi lavoriamo tanto con i ragazzi giovani … sono persone, che sono un po’ stanche dell’Ikea, che, per carità, funziona, soprattutto in un certo periodo della vita, però poi molti vogliono fare il salto, acquistando qualcosa di più bello e prezioso. Avere poco, spendendo ovviamente di più, ma avere qualcosa, che si distingue.

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Qual è il vostro cliente ideale e dove è indirizzata la vostra produzione? All’Italia o all’estero?

Tutti e due. Privatamente soprattutto all’Italia. Ma lavoriamo anche negli Stati Uniti, in Giappone.

Il cliente ideale … noi siamo un po’ topi di laboratorio, ci piace stare lì a creare, per cui per noi il negozio rappresenta la formula ideale, perché poi ci pensano loro. Le fiere sono piccole uscite, che facciamo raramente, che servono, che funzionano …

Anche quelle creative, dove certamente gli artigiani sono spesso messi in disparte rispetto alla vendita di materiali creativi?

Qui è la prima volta, che veniamo, ma Kreativ ha messo varie foto nostre … ci ha dato spazio … però certamente si dovrebbe dare più importanza a quelli come noi, agli artigiani. Però la gente viene anche per acquistare materiali, no?

Per natura io non mi lamento mai molto, ma penso che, se qualcuno fa qualcosa di bello, prima o poi questo bello esce. Noi – vedo in generale – siamo apprezzati. Anche perché in contesti, dove manca la qualità, chi ce l’ha poi emerge. Certo il fatto di vendere oggetti utili aiuta molto. E in questo sta anche un po’ la nostra forza, fare cose belle, ma utili.

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Qual è il segreto per riuscire ad arrivare a vivere di artigianato?

Ma … noi non ce lo chiediamo …

Io penso, che nel nostro caso, sia perché crediamo nel progetto, che non è solo un progetto lavorativo, ma è un progetto di vita. Tutti i giorni creiamo qualcosa … senza fatica … noi viviamo di questo … ci siamo costruiti una casa grazie alla ceramica … siamo contenti. La nostra è una realtà piccolina, ma comunque abbiamo avuto le nostre soddisfazioni.

Ho visto che siete sbarcati a Londra, ho letto un articolo …

Sì, sì, è stato un bell’articolo, che ha raccontato proprio la nostra storia. Ma siamo stati anche su una rivista tedesca molto carina e ci sono stati tedeschi, che poi sono venuti nel nostro laboratorio, commossi … è questo, secondo me, che fa la differenza tra l’Italia e gli altri paesi, perché spesso alle parole seguono i fatti …

Quindi l’italiano si accontenta?

Ma … probabilmente per noi è tutto più scontato, difficilmente poi si arriva alla fonte.

Peccato perché il nostro patrimonio artigianale …

È unico, sì!


Del gelato, alla fine, non è rimasto molto.

Spero almeno sia rimasto a Federica, come è rimasto a me, il piacere di una bella chiacchierata.


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© Federica Redi

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