07 novembre 2017

L’ARTE DELL’INCONTRO DI SEDICENTE MORADI

01

Ha un nome.

Ed ha una mamma, che sembra essere contenta, se quel nome viene usato.

Per questo, quando lo incontro ad Artigianato e Palazzo, si presenta ammodìno, come mi pare si dica da quelle parti.

Ha pure un viso, ovvio.

Che quel giorno dentro il Giardino Corsini è illuminato da un cordiale sorriso.


Nonostante questo non vi rivelerò il suo nome e neppure vi mostrerò qualche foto rubata.

Perché a lui semplicemente non va.

E, tutto sommato, non va neppure a me, ché un po’ di mistero non guasta.


Certo nel web, cercando con un po’ di attenzione, le informazioni su di lui si trovano. E un po’ più facilmente di qualche mese fa, ve lo garantisco, ché a maggio non si trovava praticamente nulla.

Il segreto, quindi, è segreto fino ad un certo punto.

Ma, in fondo, che cos’è un nome e che cosa aggiunge un volto?


Del resto, poi, quando in una notte barcellonese Moradi, Il Sedicente, gli ha rubato pc e disegni, si è portato via anche il suo nome ed il suo viso.

Se a lui sta bene così, perché dovrebbe essere diverso per noi?

01

Fiorentino doc, con una formazione artistica ed esperienze di vario tipo sia in Italia che all’estero, dal 2009 realizza imponenti sculture in legno, recuperando e assemblando rami portati dalla corrente o trovati in mezzo alla vegetazione, cortecce, potature degli alberi, radici.

Con la sua street art, che arricchisce il tessuto urbano di creature umane e non, non si esaurisce tuttavia l’immaginario di questo artista, che da quella materia viva, con l’aiuto di semplici strumenti – sega, trapano, viti – dà forma anche ad altri oggetti, che vanno a popolare la sua personale WoodenKammer. Una raccolta di meraviglie, che prendono vita dal mondo naturale e che in esso perfettamente si integrano.

01

Mettere insieme, unire, assemblare, mischiare, combinare, fondere … tutta la produzione di Moradi pare essere caratterizzata da questa necessità.

Solo dall’incontro, spesso casuale, di realtà diverse nasce la meraviglia, viene generato lo stupore, viene stimolata la curiosità.

01b

01c

Non credo, tuttavia, ci sia in lui la volontà di sorprendere a tutti i costi.

Quella che, alla prima impressione, pare essere la prerogativa di un artista un po’ visionario ed un tantino eccentrico, mi pare piuttosto la capacità di saper cogliere al momento giusto un potenziale.

Quello dei materiali, delle persone, delle situazioni, che Moradi incontra lungo il suo percorso.

02

Chi è Sedicente Moradi?

Chi è Sedicente Moradi? Te lo devo dire io?

Se vuoi …

Ma … artisticamente è una figura, che lavora con il legno, che fa installazioni ambientali, cercando di aggiungere il meno possibile e di lavorare con quello, che c’è. Cercando di ridisegnare degli spazi, di creare delle nuove prospettive visive all'interno della città, in giardini e parchi come questo e ovunque possa trovare il materiale, che funge da medium.

03

Una formazione artistica, fumettista, pittore, scultore, poi la svolta. Perché sei diventato street artist?

Perché credo, che sia l'unica forma d'arte, che abbia ancora oggi un mordente.

Io sono nato pittore e spero di morire pittore, ma ad un certo momento ho percepito come uno scollamento della realtà. Mentre dipingevo e facevo mostre, non c'era più … era come, se la pittura fosse un medium, che non potesse più parlare. Invece la street art è a disposizione e alla portata di tutti.

Credo, che in questo momento ci sia proprio bisogno di ricreare un avvicinamento, dopo decenni di concettualismi e di separazione, fra un osservatore, che semplicemente ama il bello e uno, che invece deve avere una preparazione. Questa preparazione per me, ora, è del tutto superflua. Adesso si deve andare direttamente a lavorare sulle sensazioni delle persone. Bisogna far capire, che cos’è il bello. E le persone lo capiscono, anche se non si parla di arte. Chi vede i miei lavori riesce a trovare sempre qualcosa di artistico, anche se io di arte non parlo mai.

Penso sia importante al giorno d’oggi, ricreare un’educazione visiva, educare al bello.

Hai detto, che sei nato pittore e che vuoi morire pittore. Quindi questa è da considerarsi una parentesi?

No! Direi, che questa è una prosecuzione, perché, quando dipingevo, usavo spesso la tecnica del collage. L’atto è sempre lo stesso, quello di mettere insieme qualcosa, di unire.

Nelle mie sculture cerco di non lavorare mai il materiale, che trovo, ma di collegarlo insieme, così come lo trovo, in modo sia riconoscibile. Tutti noi abbiamo raccolto un legnetto sul mare, no? È un istinto. È come vedere una palla e darle un calcio.

Io, quindi, non sono uno scultore, ma cerco di creare delle immagini, dei disegni tridimensionali, con quelle stesse linee, che la natura ci offre.

04

Hai uno studio a Firenze, dove crei pezzi di arredamento, ma lavori in strada. Dove ti senti più a tuo agio?

Beh, sicuramente in strada!

Lavorare all'aria aperta è l'unica cosa dell'attività pittorica, che volevo portare con me. Volevo alleggerire tutto il bagaglio … tele, telai, colori, tutte quelle cose, che si aggiungono. Volevo andare in giro con il minimo bagaglio possibile, mantenendo il contatto sia con le persone sia con la natura. In studio questo tipo di lavoro non si può fare.

Non è un mestiere molto sano quello del pittore, perché si rischia di isolarsi, di stare lì a perdere un pochino il cervello. Io, invece, volevo davvero avere delle reazioni immediate dalle persone, dall’ambiente, dalle suggestioni.

Ragionando solo su se stessi, si rischia di diventare ripetitivi.

05

Che cos'è per te l'arte?

Ma …  io citerò la frase di uno storico, che diceva l’arte è un modo speciale di pensare. È una dimensione, che descrive tutto il mondo, che, insomma, è dentro l'occhio.

Quindi è alla portata di tutti?

È assolutamente alla portata di tutti, come il linguaggio, come un codice. Basta solo riuscire ad interessarsene, basta attendere. Quella è la dimensione, nella quale bisogna entrare.

Io noto le persone, che si avvicinano alle mie opere: prima riconoscono una forma iniziale, poi riconoscono il legno, poi riconoscono, che è tagliato e quindi incastrato. Stanno lì a guardare e in quei secondi di attesa io percepisco le rotelle della loro immaginazione in movimento. Questo in fondo è lo stato dell’arte.

06

Dove nascono le tue ispirazioni? Come arriva l'input?

Gli input e le ispirazioni nascono sempre dagli incontri. Tutto nasce da un incontro. Può essere l'incontro con il materiale o con le persone, che incrocio in un posto specifico.

Io lavoro sempre come un ospite, quindi entro sempre in un posto, che non è mio e dove io cerco di recuperare uno spazio, cercando di non dare noia a nessuno e di non creare un impatto visivo. Qualcuno poi si avvicina sempre e partecipa all'idea … a questo hai mai pensato? … È impossibile saperlo prima, ma nel mentre si sviluppa sempre un’alchimia, che fa venire fuori sia l'idea, sia il tema, sia le mie motivazioni a lavorare.

07

Per le tue opere usi materiali recuperati, legno prevalentemente, perché questa scelta?

Beh … intanto il legno è un materiale vivo, che continua a dare anche se è secco. Anche se è morto continua a dare calore, ad avere una vita.

Il legno, poi, è un po’ come una spugna, perché raccoglie tempo, raccoglie storia. È un qualcosa, che va sempre rispettato. 

Infine è qualcosa, che esiste già, non è un qualcosa che si va ad aggiungere. Io vado semplicemente a rimodellarlo, dando ad esso una nuova forma. Do inizio a qualcosa di nuovo, che magari è l’ultimo atto nella vita di quel materiale, ma è pur sempre un nuovo inizio.

08

Tu e Firenze. Quale rapporto hai con la tua città?

Direi ottimo. Firenze è un palcoscenico talmente fitto, talmente denso di dettagli e di particolari, che davvero riuscire a trovare un intervento, che non sia ridondante, è difficilissimo. È un banco di prova davvero molto efficace, perché non è vuota, è piena. Quindi decidere di aggiungere qualcosa non è proprio facile. Io penso sempre alle cantine degli Uffizi, che sono piene di capolavori senza una parete …

Questa l'hai già detta da qualche parte, perché l'ho letta …

(ride) Ma io la ripeto sempre, perché tutte le volte, che io mi metto a lavorare, mi chiedo se ci sia veramente bisogno di fare una determinata cosa, se c’è uno spazio adeguato da riempire oppure se sia l’ennesimo atto di presenza, di esibizionismo.

L’opera d’arte deve sempre avere una sua funzione e deve rispondere a quella funzione. Poi, naturalmente, può essere accettata oppure no. In questo senso la street art dice immediatamente, se una cosa vale o se non vale. Se uno fa un intervento giusto per farlo, verrà coperto poco dopo. Se, invece, si pensa intimamente ad un intervento … io ho avuto come prova le reazioni al mio cervo in Piazza Gaddi …

È quella della polemica? Ho letto qualcosa a riguardo, ma non c’è molto su di te in giro, eh!

Ah, davvero? Buono a sapersi! Comunque sì, è quella.

Tornando a Firenze … è un banco di prova, che ti costringe a fare uno sforzo soprannaturale, altrimenti si scivola su questa pelle del Rinascimento, dove naturalmente non c’è verso di combattere.

E’ persa in partenza!

Ma giustamente! Io sono figlio di Donatello, di Ottone Rosai, di Telemaco Signorini, di tutta una serie di artisti, che ci sono stati e che si sono ritagliati un proprio spazio. Perdere i loro sforzi non avrebbe senso.

Bisogna trovare qualcosa di adatto ai tempi, all’attenzione di oggi, che non è quella di una secolo fa. Non c’è più l’attesa di allora, tutto deve essere recepito nell’arco di pochi secondi. Poi, se uno si vuole attardare, ha modo di farlo, ma, ecco, l’input deve essere immediato, rapido ed efficace.

Questa è una mutazione, che ho dovuto attuare nel mio modo di lavorare.

09

Qual è l'opera alla quale sei più affezionato?

Le opere sono catalizzatori di incontri e di eventi. In questo senso è alle storie, che si creano intorno alle installazioni stesse, che sono maggiormente affezionato.

Le opere sono in realtà dei feticci, dalle quali io mi volevo proprio staccare. La storia del Moradi serve proprio a questo, a perdere il senso del possesso delle proprie cose, imparando a cogliere tutto quello, che può offrire una giornata intera all’aria aperta. Questi sono i momenti, che mi sono più cari. È la dimensione, che conta. Le opere sono il frutto di quella dimensione.

Poi, certo, ogni opera ha qualcosa di particolare, che mi porto dentro.

10

E la tua opera, che ha fatto maggiormente discutere? In bene o in male …

Direi, che questa storia del cervo è stata quella più … rumorosa.

Il cervo non è questo, giusto? Perché io non sono di Firenze …

No, è un altro. È ancora lì.

C’è stata una sorta di ufficializzazione … fino a quel momento mi avevano sempre lasciato fare, perché me ne stavo sul greto del fiume, un personaggio un po’ curioso, che non dava troppo disturbo. Poi però mi sono preso un’aiuola in pieno centro trafficato e la cosa non era più ignorabile.

Attorno a questa cosa si è creato gioco forza – anche in modo ingenuo da parte mia – un dibattito, non la definirei una polemica, che ha incredibilmente visto i Fiorentini andare d’accordo. Io sono fiorentino e su questa cosa sono estremamente curioso, perché in genere qui c’è sempre qualcuno in disaccordo. Mettere d’accordo persone su un intervento estetico – tutti, dall’esercente, al pensionato, al ragazzino hanno trovato nell’opera un motivo di fascino – rappresenta per me una grande soddisfazione.

11

Parlami della tua installazione per Artigianato e Palazzo. Perché hai scelto proprio i cervi?

Direi, che a questo punto il cervo è diventato per me una sorta di animale guida.

Ha una forma, una presenza, un’eleganza, che io associo all’idea di arte e di bellezza. Il fatto poi, che vedere un cervo non è proprio così facile, mi pareva una bella metafora, con cui giocare. Chi vede un cervo è quasi toccato da una visione.

In questo contesto ho voluto creare una situazione, che permettesse all'osservatore di sentirsi al centro della composizione. Ecco il motivo della panchina incorniciata dai due animali.

Il fatto, poi, che questa mostra sia dedicata al matrimonio …

Ah, ecco, infatti! Volevo proprio chiederti, sono maschio e femmina?

Sì, sono maschio e femmina e sono animali … con le corna … (ride) … ora, non volevo essere così diretto, ma il tempo della coppia, secondo me, deve essere un pochino ridiscusso e riscritto, perché è questo, che la storia contemporanea ci dice.

Le cose vanno prese con una certa ironia, ma anche con un pochino di lungimiranza. Questa è stata l'onda, sulla quale mi sono mosso.

12

E con un po’ di ironia anche noi di Vite a regola d’arte, ci siamo fatti immortalare su quella panchina.

Certo abbiamo avuto un po’ di difficoltà a reggerci in piedi da soli, ma, sappiatelo, Moradi ci ha dato una mano.

Quando ci capiterà di nuovo di avere un artista, che lavora per noi?

13

Ho lasciato Il Sedicente, così come l’ho trovato.

Era il primo giorno della manifestazione e lui, si capiva benissimo, aveva fretta di rimettersi al lavoro.

14

Dopo un paio di giorni, ripassando da quelle parti, un nuovo amico faceva compagnia ai due cervi.

15

Sedicente Moradi

sito web

pagina Facebook

profilo Facebook

Instagram


© Federica Redi

Nessun commento:

Posta un commento

Ogni tuo commento è una coccola per il nostro cuore!