13 febbraio 2018

GIOTTO SCARAMELLI E L’ARTE DELLA CESTERIA

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L’arte dell’intreccio, con la sua storia millenaria e la sua capillare diffusione anche nei luoghi più isolati del pianeta, può essere considerata fra le tecniche più antiche acquisite dall’uomo.

La sua apparente semplicità, che non si sottrae comunque a regole precise, la colloca fra quelle attività umane capaci di creare un legame stretto con il territorio e con la sua vegetazione. Boschi e paludi, montagne e luoghi semidesertici offrono gratuitamente la materia prima, che permette di creare, rametto dopo rametto, oggetti di diverso tipo.

Rami di salice, di olmo, di ulivo - solo per fare qualche esempio - canne, giunchi, paglia diventano grazie all’intreccio strumenti quotidiani utili non solo per contenere, ma anche per trasportare, per conservare, per costruire.

Un’arte totalmente sostenibile quella della cesteria, che, se le potature vengono fatte correttamente, non danneggia l’ambiente naturale, non produce scarti e dà vita a manufatti duraturi e completamente biodegradabili.

Un tempo essa assolveva a precise necessità, ma oggi può anche assumere una valenza decorativa ed artistica, perché l’intreccio in quanto tale può essere utilizzato anche per creare vere e proprie opere d’arte.


Durante l’ultima edizione di Artigianato e Palazzo, un gruppo allegro di persone se ne stava piacevolmente riunito, sotto una tenda bianca, accanto alla limonaia grande. Pareva facessero filò, come si dice dalle mie parti, quando ci si ritrovava a chiacchierare in strada o nei cortili o nelle stalle per raccontarsi la giornata, impiegando il tempo in attività manuali diverse.

Le parole e le risate si mischiavano ai gesti e sembrava quasi di disturbare l’armonia di quella visione d’altri tempi, ma la curiosità di vedere quello, che stavano facendo era tanta.

L’interessante workshop di cesteria, un altro evento dentro l’evento 2017, era tenuto da Giotto Scaramelli, mastro cestaio, che ha molto gentilmente risposto alle mie domande.

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Professor Scaramelli, come si è appassionato ai cesti e alla loro lavorazione?

I cesti li ho visti fare al mio babbo, li faceva lui non professionalmente, perché era contadino e faceva i cesti per uso quotidiano.

Poi, da adulto, molto adulto, con degli amici abbiamo organizzato delle vacanze, che prevedevano anche delle attività manuali. Così imparammo a fare i cesti dal mio babbo.

In seguito è stato tutto molto naturale. A Firenze nacque una manifestazione, che si chiama la Fierucola del pane e c'è anche ora, dove c'erano prodotti artigianali, mi chiesero di portare i cesti … era l'inizio degli anni ‘80 … cominciò tutto così!

Più tardi mi fu chiesto di insegnare, adesso c'è tutto un gruppo di allievi, alcuni sono qui presenti, che si sono già impadroniti ...

Hanno già superato il maestro?

Insomma...

Domanda scomoda?

Appunto! (ride)

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Visto che lei ha imparato da suo padre ed ha quindi imparato sul campo, pensa che, se non ci fossero gli anziani a trasmettere la conoscenza di certi mestieri, andrebbe tutto perduto?

Ah, sì, per forza, tramandare è fondamentale!

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Ho letto, ma lo vedo anche adesso, che lei tiene vari corsi di intreccio, ospitando anche gruppi di persone nel suo podere. Com’è l’interesse delle persone?

Senta … una volta ho provato a fare mente locale e ad individuare la tipologia di persone, che vengono da me.

La maggior parte non ha un interesse preciso e specifico per la cesteria, quindi forse, nel loro caso, è più un modo per passare insieme del tempo. Poi, comunque, per come la vedo io, facendo ci si appassiona, perché diventa una cosa piacevole.

Poi c'è un altro gruppo di persone, che invece ha un interesse di tipo professionale, quindi insegnanti, operatori culturali, che magari poi ripropongono la loro esperienza nella loro sede lavorativa.

Ma c’è un altro aspetto ... noi qui stiamo lavorando il midollino, che è un materiale di importazione molto duttile … però nella cesteria tradizionale si lavorano piante del proprio ambiente e quindi molti, che vivono in campagna o che tornano a stare in campagna, utilizzano questo tipo di attività, anche per rapportarsi all'ambiente. Non so, se riesco a spiegare ...

Sì, sì, benissimo.

Si intreccia il salice, dopo averlo raccolto; si intreccia l’ulivo, perché si hanno gli ulivi … si crea un legame con la natura, che ci circonda.

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Ho letto, che lei è un amante della sperimentazione. Come la coniuga con la tradizione?

Io la sperimentazione la lascerei un po' stare, nel senso … faccio a volte dei cesti un po’ particolari, ma solo e semplicemente, perché mi piace farli … mi si domanda spesso, che tipo di uso avevano nella tradizione … tipo quello là, molto lungo, con due manici … non ci sono legami con la tradizione, un semplice esercizio il mio.

Ci sono, invece, alcuni cesti, che hanno un legame preciso con la tradizione ed erano usati per scopi precisi, tipo i cesti piatti, che venivano usati come essiccatoi, per i funghi o per i pomodori, oppure i cesti per la raccolta delle olive, fatti a forma di tasca, che veniva posizionata davanti sul petto e veniva legata con una cinghia.

C’è chi crea cose molto particolari, ma io non troppo. Mi pare che, per quelle cose lì, o uno ha un gusto molto spiccato oppure vengono fuori cose, che veramente …

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Quali sono i materiali, che usa per le sue ceste e dove se li procura?

Il materiale principe per l'intreccio è il salice, che si trova in tantissime varietà. Io ho un terreno, dove abito, per cui lo prendo là oppure vado a raccoglierlo lungo i fiumi.

Utilizzo anche l’ulivo, ma anche altre piante come il ligustro, l’olmo e piante spontanee, che si trovano con facilità nelle nostre zone.

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L'arte dell'intreccio è legata ai luoghi e alle piante tipiche di un certo territorio. I cesti che lei crea sono differenti rispetto a quelli di altre zone d'Italia? Lo chiedo da profana ...

Per conto mio ci sono dei tipi di cesto, che sono molto comuni, anche se poi alcuni cestai di professione lavoravano solo un certo tipo di pianta e solo quella.

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Il tentativo di tenere vivo l'interesse per gli antichi mestieri è un modo per salvaguardare l'identità di un determinato luogo?

Sì, penso di sì, legato a tanti altri aspetti … la cultura, la musica, il canto …

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I giovani paiono oggi sempre più interessati all'artigianato. È una risposta alla crisi?

Non saprei ... non ne ho idea ... forse, ma non in questo campo.

La cesteria è una forma di artigianato molto povera, magari ci si può anche vivere, però se ne devono fare di cesti ... intendiamoci, se uno veramente si orientasse su questa attività, forse si potrebbe, ma bisognerebbe individuare una certa nicchia … non penso sia la forma di artigianato più remunerativa …

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Quali sono, secondo lei, le difficoltà ad essere artigiani oggi?

Non mi faccia questa domanda...

Troppo difficile?

No, è che per me è stata una cosa molto casuale, io facevo il maestro elementare, quindi non ho la percezione della cosa.

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Che cosa le piace di questa manifestazione?

Il fatto che raccoglie e rivaluta tanti tipi di artigianato, compreso il mio, che è proprio povero. La Principessa Corsini ha un grande merito.

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Ha preparato qualcosa di particolare per il tema fiori d’arancio?

Nei miei cesti si possono mettere tutte le bomboniere che vuole! (ride)

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Giotto Scaramelli

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© Federica Redi

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