08 febbraio 2018

THE SOCIAL STONE. STILE D’ALTRI TEMPI

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Quando mia nonna parlava dei bar moderni - relativamente moderni, si intende, visto che è passata a miglior vita da quasi trent’anni - non andava certo per il sottile ed esprimeva giudizi non esattamente lusinghieri.

La sua critica non era dettata, come si potrebbe facilmente pensare, dal tipico atteggiamento di molte persone anziane avverse di principio ai cambiamenti, quanto piuttosto dalla convinzione, che in questi locali non era minimamente presente lo spirito giusto per portarli avanti.

Mia nonna non parlava a vanvera, credetemi, perché lei in questo campo era piuttosto ferrata, visto che molti anni prima era stata la proprietaria, assieme a sua sorella, di un noto bar cittadino, chiuso nel 1966, bar molto frequentato, anche per la sua piccola sala bigliardo, come scriveva Gian Pacher in Cara vecchia Trento.

Di questo luogo, purtroppo, io non ho ricordi diretti, perché sono nata dopo la sua chiusura, e quanto so deriva dalle testimonianze di familiari, conoscenti e, appunto, dalle parole del noto giornalista trentino, che mi restituiscono ancora oggi quell’atmosfera e quella sensazione di casa, che percepivo nei racconti di mia nonna.

Quel bar non era semplicemente un bar, era un luogo di incontro. Era un locale, nel quale era possibile trascorrere lunghi pomeriggi, sorseggiando diluvi polifonici e uragani di armonie in compagnia di un cappuccino spruzzato con il cacao, perché il grande amore delle due sorelle per la musica classica e l’eccezionale raccolta di dischi 78 giri lo avevano reso un punto di riferimento per gli amanti del genere.

Nei locali superiori pare si riunisse, poi, un gruppo di giovani, impegnato a realizzare un giornale diverso, dal taglio nuovo, progetto senza futuro a quanto si legge, ma pur sempre un progetto comune, sul quale - immagino - si sarà a lungo discusso, deciso e magari anche litigato.

Le diverse attività possibili in questo posto, il fatto che la gente si potesse riunire non semplicemente per bere qualcosa, ma per condividere passioni ed interessi, lo rendevano a detta di molti davvero speciale, diverso dagli altri, e per mia nonna, giustamente orgogliosa di questa sua prerogativa, tutto questo costituiva un fondamento irrinunciabile.


Qualche mese fa ho avuto modo di conoscere Mauro Borriello, titolare de The Social Stone, noto wine bar trentino, ed è stato sorprendente ritrovare nelle sue parole gli stessi discorsi, che faceva mia nonna, la medesima prospettiva, lo stesso punto di vista.

Non pensate, però, che The Social Stone sia un locale vecchio, anzi, al contrario, è estremamente moderno, così come moderna è la visione, che di esso ha Mauro.

Di antico, se vogliamo, c’è l’atteggiamento verso il cliente. Ho scritto antico non vecchio, badate bene. Antico come ai tempi, in cui attenzione e rispetto, garbo ed educazione avevano ancora un certo peso.

Non serve un arredamento in stile per essere antichi.

Si può essere antichi, anche con seggiole rosse e tavoli neri, con hummus ed arte astratta, con giochi per bambini e book crossing.

Essere antichi e moderni insieme è certamente possibile, perché essere antichi è semplicemente una predisposizione d’animo.

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Allora, Mauro, quando e come nasce The Social Stone? 

The Social Stone nasce nel 2013, quando, in collaborazione con due ragazzi, Leandro Sabin Paz e Juri Cocuzzi, che conoscevo già da qualche anno, abbiamo teorizzato l'ipotesi di fare un qualcosa di totalmente innovativo, cioè un'impresa business, però con una forte vocazione sociale.

L’idea di partenza era quella di creare un luogo, dove poter somministrare qualcosa a chi veniva e dove le persone potevano riunirsi e stare insieme, ammirando le opere di artigiani o di artisti. Riunire sostanzialmente lo stare insieme, la cultura, l'arte e la creatività.

La scelta, in realtà, ha cominciato immediatamente ad essere complessa sul piano burocratico. La licenza … il Comune … persino l’Agenzia delle Entrate non riuscivano a capirci, perché non riuscivano ad identificare la figura prevalente. Ci siamo, quindi, trovati nella situazione o di lasciar perdere o di modificare leggermente il progetto. Ma noi eravamo troppo lanciati, per lasciar perdere.

Così, visto che abitavo da queste parti, ho individuato questo locale, che per almeno quarant’anni era stato una vineria, il Bar dei Botesei. Insieme al Bar dei Cavai e a La Scaletta era il tipico bar frequentato dai vecchietti e da quelle persone, che avevano con il vino un rapporto di qualità … e anche di quantità.

E niente ... era chiuso da un po' di tempo, perché veniva chiesta una cifra troppo elevata per l’affitto. Così ho preso coraggio e sono andato a parlare. Siamo stati fortunati, perché la licenza stava scadendo e noi siamo arrivati al momento giusto.

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L'idea era quella di trovare, strada facendo, non tanto una gabola, quanto piuttosto una sistemazione delle problematiche sopra descritte, amministrative e burocratiche in generale. In realtà non ci siamo riusciti e così il bar ha preso sempre più spazio, impegno e dimensione.

Contestualmente abbiamo provato ad inserire il concetto di web agency da integrare nel bar, in modo da trasformare la piazza reale in virtuale e viceversa. Avevamo creato una piattaforma, che si chiamava Keecomm, e che aveva lo scopo di dare un’identità reale all’identità virtuale, identità reale che era appunto The Social Stone - Community Café. Per questo motivo ci sono i due nomi.

E tutto questo non esiste più?

No, perché sono arrivate le prime difficoltà. Io ho avuto problemi di salute e i due ragazzi, pur pieni di buona volontà e di entusiasmo, non avevano ben presente i tempi, per cui si tendeva ad iniziare un lavoro e, se non portava immediatamente ad un risultato, lo si chiudeva.

Ad un certo punto siamo arrivati ad una situazione, nella quale non riuscivamo più a dialogare tra di noi e allora prima di litigare, abbiamo fatto la scelta di separarci.

Loro sono andati avanti, tentando la loro strada in autonomia. Una scelta, che io condividevo sul piano ideale, ma che al lato pratico mi terrorizzava. Così loro hanno aperto in Via Calepina The Social Store, che sulle prime sembrava potesse essere una costola de The Social Stone, ma poi in realtà, pian piano, se ne è sempre più allontanato.

Sì, ho conosciuto Leandro, lo avevo intervistato in occasione dei festeggiamenti per il loro primo anno di attività.

Dopo pochi mesi hanno chiuso.

Io ho affrontato questa avventura, seguendo in parte il progetto originale. Mi sono dovuto un po’ inventare, perché io ho tutta un'altra storia professionale alle spalle. Ho dovuto imparare, sbagliare, accettare consigli e rifiutarne, ho sbagliato di nuovo, ma sto cominciando a vedere dei risultati.

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Perché The Social Stone? Perché avete scelto questo nome?

Stone, pietra, come luogo, punto di riferimento. Social, perché l'idea di fondo, che io ho cercato di conservare, è quella di creare un ambiente, che accoglie le persone con un atteggiamento preciso.

Non più tardi di ieri (N.d.A. 25 gennaio 2018) ho avuto una bella gratificazione sulla pagina Facebook, dove si dice che il posto è ricercato, ma non troppo … (N.d.A. Un aperitivo diverso e ricercato, ma non troppo chic da farti sentire fuori posto.)

Ah, l’ho letta.

Ecco, questo mi ha fatto molto piacere, perché significa, che sono riuscito in qualche maniera a trasmettere qualcosa. A volte si riesce, a volte no. Non sempre si ha la possibilità di farlo.

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Qual è la filosofia, che sta dietro a tutto questo? 

Quella di accogliere le persone, come se fossero a casa mia.

Come dico sempre, qui ci devo stare un sacco di tempo. O faccio cose che mi piacciono, in un ambiente che mi piace, con persone che mi piacciono, oppure diventa veramente faticoso. Anzi, per come sono fatto, diventa proprio impossibile.

06Ci puoi raccontare in due parole qual è l'offerta del tuo locale? 

In estrema sintesi, riagganciandomi a quanto ti stavo dicendo prima, fare in modo che le persone possano esprimersi o, se non possono esprimersi, possano stare bene qui.

Cosa vuol dire? Vuol dire, che io metto a disposizione delle persone uno spazio. Se una persona ha volontà, interesse, piacere, mi dà dei suggerimenti, mi dà dei contributi, e io faccio in modo che questi contributi, sulla scorta dell'esperienza fatta, possano essere piacevoli per altre persone.

Ti faccio un esempio. Noi abbiamo lanciato l'idea del film, perché è interessante, perché a me personalmente piace, perché ho la fortuna di avere nel mio staff una persona con una profonda, enorme cultura cinematografica. Quindi insieme abbiamo avviato il progetto. Su questo si inserisce il fatto, che al cliente che dice perché non proiettate …? io rispondo fallo tu, portami la chiavetta, portami un testo, presenta il film. Quindi c’è un’interazione totale. E questo vale un po' per tutto.

Insomma uno scambio reciproco, dare e avere …

Sì, ma non è dare per avere, è dare e avere, scambiare e condividere. In questo senso community café.

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Quali ritieni siano i punti di forza del tuo locale?

Prima di tutto l'accoglienza. Poi la qualità, l'innovazione, l'aria un po' europea, che si respira qui rispetto ad altre realtà, che forse sono più efficienti, più organizzate, però involontariamente e inevitabilmente un pochino più fredde.

La tua domanda successiva riguarderà certamente i punti di debolezza …

A dire il vero no, però dimmeli!

Punto di debolezza è sicuramente la zona, perché è una zona, per la visione di un bar in generale, un po' decentrata e periferica. Io, però, cerco di trasformare questo punto di debolezza in un punto di forza.

Ad esempio domani sera (N.d.A. 27 gennaio 2018) ci sarà teatro, se ci fosse il passaggio di più persone, sarebbe tecnicamente ed operativamente impossibile. Contemporaneamente, però, non mi posso permettere nemmeno di fare un discorso elitario. Quindi, in sostanza il punto di forza è trovare, sul piano sociale e di condivisione e di accoglienza, delle strategie medie, che offrano qualcosa di diverso, però allo stesso tempo abbastanza ampio per coinvolgere più persone. Non è esattamente semplice.

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The Social Stone si propone come uno spazio di aggregazione e di buon gusto. Che cos’è per te il buon gusto?

Buon gusto significa, che tutte le scelte alimentari, del bere, vengono valutate non solo sul piano economico, ma entrano in gioco altri parametri: buono, perché io lo reputo buono, anche se la mia opinione non necessariamente coincide con quella degli altri e lascio ad ognuno la sua; sano, ma senza discorsi modaioli, perché non voglio per forza rendere sofisticate delle cose, che non lo sono.

Il senso è, che le persone devono vivere bene i momenti, lunghi o brevi, che stanno qui. Il senso, quindi, è molto ampio.

Chiaramente questo fa sì, che io sfrutti una mia naturale curiosità, che io ho verso il cibo, il bere, la vita. Curiosità, che cerco di portare all’interno del locale. Vedi allora, ad esempio, le mie ricerche sull’hummus.

Questo, comunque, rimane sempre un bar. Non è una scuola di lingue, non è una biblioteca, non è il proscenio di un teatro, non è un cinema con le poltrone. Non è tutto questo, ma è anche questo. Tutto questo converge in un livello di semplicità, che serve per fare in modo, che le persone riescano, se vogliono, a trovare qui un proprio spazio.

In questo senso il concetto di buono si estende anche agli altri.

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Un ritrovo come il tuo - un po’ europeo, come hai detto prima - potrebbe benissimo collocarsi in una dimensione più ampia. Quali sono le difficoltà di portare avanti un progetto del genere a Trento? 

Il taglio è sicuramente europeo, ma io non ho ancora fatto il focus sul plus, che io do. Non è che io sia particolarmente bravo, ma certamente ho un certo stile.

Nella ristorazione c’è la tendenza ad essere porgitori … un caffè! deng! … oppure porgitori efficienti … faccio il caffè perfetto in un momento perfetto. Io sto, invece, valutando una terza via, vedo che c’è, vedo che piace, ma non è facile fare il focus su questo, perché ci si scontra spesso con una mentalità diffusa non solo nei possibili dipendenti, ma anche nei clienti … mi ricorderò finché campo di uno che è entrato, mi ha guardato male e mi ha detto … perché lei mi sorride?

Non ci credo …

Ma, sai, c’è un po' la teoria della rustica progenie …

Meglio non commentare.

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Che tipo di clienti hai? Hai un cliente ideale?

Sinceramente quello, che c’è!

Al mattino persone del luogo, tendenzialmente anziane, perché qui intorno non ci sono tanti uffici; al pomeriggio studenti e ragazzi e persone, che parlano prevalentemente di lavoro; poi soprattutto adulti, molti professionisti. Tante donne, è un locale molto femminile.

Perché dai spazio alla creatività?

Forse perché c'è l'idea di pulizia e di tranquillità, aspetto particolarmente apprezzato dalle donne.

E come età?

Dai 35 ai 55 anni. Probabilmente la mia età fa sì, che qui arrivino solo certe persone. Fossi un ragazzino, arriverebbero i ragazzini. Probabilmente io li spavento, non solo per via dei prezzi o per la tipologia dei prodotti, ma proprio come atteggiamento. Noi qui siamo in tre - Tonino, Francesca ed io - e siamo tutti e tre grandi, viaggiamo tutti fra i cinquanta ed i sessant’anni. Quindi inevitabilmente... non è una barriera voluta, è automatica.

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Quanto i giovani sono interessati ad arte e creatività? 

Le persone di una certa età vivono l'arte e le cose, che vengono proposte qui, come un contorno, mentre i giovani, e per giovani intendo attorno ai 25 anni …

Ho un flash … l’altro giorno per esempio ho conosciuto un ragazzo siciliano, che vive e lavora qua, però è un artista e mi ha portato i suoi disegni, abbiamo avuto un colloquio, abbiamo parlato di un sistema espositivo, credo di avergli in qualche maniera aperto una strada, che aveva dentro e che fino a quel momento non era riuscito ad intravvedere … una situazione piacevole … speriamo di poterlo presentare in aprile o in maggio …

Cioè … c'è molta più risposta dai giovani che dagli adulti. Gli adulti vivono l’ambiente come mi piace, non mi piace, è bello, è brutto. I giovani hanno uno sguardo più aperto.

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Che cosa significa per te vivere una vita creativa? 

Io sono fortunato e sfortunato contemporaneamente, perché la mia creatività nasce dalla curiosità, dall'assenza totale di pudore, non mi interessa compromettermi, ma non ho assolutamente manualità, non ho la capacità di trasferire su un oggetto, su un’opera, su un materiale le mie idee.

La mia creatività, quindi, sta nel proporre creatività! Non solo. Sta nel capirla, nell’intuirla, nel viverla e nell’apprezzarla, dando spazio agli altri. Croce e delizia insomma. È un modo diverso di esprimere la creatività. Non siamo tutti in grado di realizzare qualcosa. Io rimango affascinato, quando vedo un quadro, quando vedo una persona, che riesce a creare qualcosa.

Io, ultimamente, riverso la mia creatività nel cibo. Mi sono inventato l'evoluzione dell'hummus, propongo hummus di capperi, hummus di peperoni ... vedo che la gente apprezza …

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Come vedi The Social Stone fra dieci anni?

Fra dieci anni … io avrò settant'anni ...

Allora … io evolvo, io cambio, io modifico … il locale, che in un certo senso è lo specchio di me stesso, evolve, cambia e si modifica con me, per cui non riesco ad immaginarlo fra dieci anni …

Perché non sai, come sarai tu …

Ecco, sì, appunto, è una questione di umiltà … magari il locale sarà chiuso, perché io muoio ... capisci non è possibile sapere…

Io sono legato al locale, come il locale è legato a me. Bisogna cercare di capire le persone, le tendenze, capire cosa piace, cosa rende di più e cosa rende meno … è un lavoro molto mappato … non so, se in futuro lo riuscirò a reggere, adesso ci riesco abbastanza, domani si vedrà.

Ma poi … non si possono fare questi discorsi, perché non è un’industria, non è un mercato, non è un’impresa, è anche questo, ma non solo questo. Difficile fare programmi, sarebbe come programmare te stesso. Posso anche dire che fra dieci anni mi sposo, ma anche no.

In effetti spesso non sappiamo neppure cosa faremo domani …

Fondamentalmente è così … non è voler essere leggeri, è semplicemente accettare la realtà, saper accettare il fatto, che si può anche essere fallibili, che possiamo evolvere, ma anche involvere. Può succedere di tutto. Questo me l'ha insegnato la malattia, io vivo molto il momento, cerco di vivere il presente più intensamente possibile, perché spesso il passato ed il futuro diventano alibi, per non vivere il presente.

Questo è vero...

Io ho smesso, per un eccesso di affollamento, di vivere troppo al passato. Per uguali motivi ho smesso di vivere, guardando eccessivamente al futuro. Io vivo il presente. Questo vale anche nei rapporti con le persone, cerco di viverli al meglio, come se domani fosse l'ultimo giorno.

Sì, si dovrebbe, ma non lo fa quasi nessuno.

Io, ogni tanto, ci riesco. Io non riesco più a capire le persone, che si guardano troppo indietro, per me è un vivere ... mi viene voglia di andare lì e scuoterle ... perché mi fa paura, mi fa dispiacere, mi fa pena ... non la persona, ma la situazione.

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Ha ragione Mauro, non è tutto scontato.

Non è scontato neppure bere un caffè, ricevendo un sorriso.


The Social Stone

Via Gorizia, 18

Trento

pagina Facebook


© Federica Redi

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