23 marzo 2018

GIULIANA DI AGOSTINO. LA SIGNORA DELLE CRAVATTE

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La cravatta è probabilmente oggi l’accessorio maschile più conosciuto e più usato nel mondo.

Simbolo di eleganza per eccellenza non è solamente un semplice ornamento, ma riveste anche grande importanza nelle relazioni sociali e nel campo lavorativo.

Espressione della personalità e dell’estro di chi la indossa, è un capo che non può assolutamente mancare nel guardaroba di un uomo.


Le origini della cravatta sono molto antiche, anche se non possiamo certo stabilire un collegamento preciso fra l’abitudine generalizzata di legarsi della stoffa intorno al collo e le forme della cravatta moderna.

Gli Egizi, ad esempio, legavano un lembo di stoffa con il nodo di Iside attorno al collo dei defunti, in segno di protezione; una sorta di bandana si vedeva al collo dei guerrieri cinesi di Xian; i legionari romani indossavano il cosiddetto focale, una striscia di tessuto annodata, che aveva soprattutto il compito di riparare dal freddo.

Se è vero, che Eustache Deschamps nel XIV secolo scrisse una ballata, nella quale si fa chiaro riferimento a questo accessorio - faites restraindre sa cravate - e Cesare Vecellio nel 1590 pubblicò un’opera De gli habiti antichi, et moderni di diverse parti del mondo, nella quale viene citata pure la cravatta, possiamo escludere che i suoi inventori siano i Croati.

Eppure essi, che hanno pure inserito nel calendario un giorno dedicato alla cravatta, l’8 ottobre, di questa invenzione se ne fanno un vero vanto. Infatti i mercenari croati, che durante la Guerra dei Trent’Anni (1618-1648) erano al soldo di Luigi XIV, indossavano una specie di foulard in lino bianco o rosso, la kravatska (dallo slavo krvat, croato), che era parte integrante della loro divisa e che aveva un significato preciso. Era il dono fatto dalle mogli e dalle fidanzate dei soldati ed era simbolo di fedeltà alla donna amata. Quando nella prima metà del XVII secolo la cavalleria croata divenne famosa in tutta Europa, questo accessorio divenne simbolo di eleganza anche tra la borghesia.

Alla diffusione della cravatta, comunque, contribuì anche una motivazione di ordine pratico, perché l’Europa continentale fu colpita negli anni successivi da un breve periodo glaciale (1645-1715) e l’esigenza di coprirsi di più fu molto forte.

Il Re Sole arrivò ad istituire la carica di cravattaio del re, che aveva il compito di aiutare il sovrano ad abbellire e annodare la cravatta, mentre la Duchessa di La Vallière, sua favorita, fu la prima donna ad indossarne una.

Questo tipo di ornamento ricamato fece la fortuna di Venezia, che ne esportò tantissime e a prezzi piuttosto elevati. Un tipo più economico, invece, arrivava dall’India e dalla Gran Bretagna, dove tirare la cravatta ad un uomo veniva considerato un grave crimine.

Il prototipo della cravatta attuale è di origine americana e risale al 1700 circa. Molto simile ad una bandana annodata a fiocco, fu resa popolare dal pugile James Belcher.

All’inizio del XIX secolo Lord Brummel, ufficiale dell’esercito britannico e dandy leggendario, introdusse il fazzoletto al collo bianco. Poco incline alle esagerazioni, fece di questa sua abitudine una vera e propria moda.

Non è un caso, quindi, che Oscar Wilde, nel suo celeberrimo L’importanza di chiamarsi Ernesto scrisse una frase, che divenne ben presto famosa Una cravatta bene annodata è il primo passo serio nella vita. La cravatta era diventata parte della vita quotidiana e rientrava nelle buone abitudini da insegnare.

Nel 1880 i membri dell’Exeter College di Oxford tolsero i nastri ai loro cappelli e li annodarono attorno al collo, creando la prima vera cravatta con i colori di un club.

Nella seconda metà del XIX secolo, soprattutto grazie alla rivoluzione industriale, che colpì anche il settore tessile, fece la sua apparizione una cravatta più lunga e più stretta, decisamente più comoda: la cravatta alla marinara, base di partenza per la cravatta moderna.

Jesse Langsdorf, commerciante di New York, può essere considerato il vero padre della cravatta come la intendiamo oggi. Suo, infatti, il modello del 1925, tagliato a 45° e composto da tre segmenti di tessuto.


La moda da allora è cambiata e continua a cambiare, ma la cravatta rimane sempre un caposaldo dall’abbigliamento maschile.

Può piacere o non piacere, ma è indiscutibile il fatto, che un uomo con la cravatta è un uomo elegante a prescindere, anche se certamente non tutte le cravatte sono uguali.

La cravatta artigianale, in particolare quella italiana, è interprete di una tradizione sartoriale antica e ci sono veri e propri sarti specializzati nella sua confezione.

Ad Artigianato e Palazzo, nel maggio scorso, ho avuto modo di conoscere Giuliana Di Agostino, che di cravatte se ne intende!

Ecco quello, che mi ha raccontato.

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Signora Giuliana, una lunga esperienza nel settore della cravatta artigianale, poi la creazione di un suo brand. Un punto di arrivo o un punto di partenza?

Direi tutti e due.

Ho passato un’intera vita a lavorare per altre aziende. Questo è un lavoro artigianale, che viene fatto esclusivamente in casa. Ad un certo punto ho sentito l’esigenza di continuare a farlo solo per me.

È bello mostrare ai clienti ciò, che sta dietro la creazione di una cravatta. Può sembrare cosa da poco, ma è in realtà un processo piuttosto complesso.

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In cosa si riconosce un autentico prodotto firmato D'Ago Cravatte?

Anzitutto dalla qualità. Tutto ciò, che io uso, è di qualità: il filo, le sete …

Poi, certamente, dalla confezione.

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Perché comprare una cravatta fatta a mano?

Perché ha una consistenza completamente diversa rispetto a quella fatta industrialmente. Il nodo viene più bello, al tatto risulta più piacevole.

In generale usare un prodotto fatto a mano è una questione di buon gusto.

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Che cosa significa per lei portare la bandiera del made in Italy?

In Italia abbiamo grandi potenzialità, è una grande fortuna. Ci tengo anch’io a contribuire a tutto questo con le mie cravatte.

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L'artigianato, secondo lei, può avere un ruolo per rilanciare l'economia nazionale?

Sicuramente sì!

Come dicevo prima, tutto quello che viene fatto artigianalmente fa parte del buon gusto e il buon gusto fortunatamente ancora prevale.

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Immagino, che per creare una cravatta si debbano seguire regole precise. È possibile essere creativi anche con questi limiti?

Penso, che sulle cravatte non si possa essere troppo creativi.

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Quali sono i tessuti, che lei utilizza?

Anzitutto le sete, sete di alto livello, e poi il cashmere e le sete cotone.

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Ha mai avuto richieste stravaganti da parte di un cliente?

No, direi di no. La mia clientela è poco stravagante e molto legata alla tradizione.

Ci sono comunque modelli un po' più particolari, che possono interessare chi vuole un prodotto di nicchia.

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Qual è l'aspetto, che più le piace del suo lavoro?

A me piace molto creare. Amo cominciare un lavoro e portarlo a termine nel più breve tempo possibile. Mi piace seguire tutto il processo, dall’inizio alla fine.

Adoro le cravatte! È un accessorio indispensabile per l’uomo di classe. Ritengo, che un uomo con la cravatta faccia proprio una figura diversa ed abbia sempre un suo perché.

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Qual è la cravatta, che non può mai mancare nel guardaroba di un uomo elegante?

Un classico sempre - occhio di pernice, cashmeretto, punto a spillo - e la tinta unita.

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Quest'anno la manifestazione è dedicata ai fiori d'arancio. Lei ha preparato qualcosa in particolare?

Ovviamente molti tipi di cravatte possono essere usati per il matrimonio. Di particolare ho preparato una fascia da smoking e dei papillon.

Poi ho anche preparato delle stole di lino, che possono servire per la sposa.

Quindi è andata oltre la sua creatività?

Sì, sono andata oltre, perché essendo una creativa non mi fermo mai. Caratterialmente ho sempre bisogno di fare qualcosa.

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D’Ago Cravatte

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© Federica Redi

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